ALIMENTAZIONE

Alimentazione e attività fisica
Come comportarsi e cosa conoscere prima di intraprendere un’attiva fisica

Nel diabete di tipo 2 l’Attività Fisica (A.F.) è assolutamente indispensabile, soprattutto per i
soggetti che si presentano in sovrappeso. Ciò è dovuto al fatto che, se unita ad una corretta
alimentazione, l’attività fisica comporta un calo ponderale a scapito della massa grassa e molto
poco su quella magra (muscoli); questo risultato porta a numerosi vantaggi specie nel migliorare il
compenso metabolico del diabete. Tuttavia, le persone che soffrono di diabete che intendono
intraprendere una qualunque A.F. o sportiva devono conoscere diversi importanti particolari prima
di praticarla per evitare fastidiosi inconvenienti. Prima di tutto importante che il diabetico si
sottoponga ad un’attenta verifica circa la presenza di eventuali complicanze croniche (nefropatia,
retinopatia, neuropatia) e di disturbi a carico dell’apparato cardiovascolare (ischemia miocardica o
ipertensione arteriosa). Di fronte ad attività troppo intense, infatti, si possono avere influenze
negative nelle situazioni prima descritte. Quanto all’attività sportiva con forte dispendio energetico
essa deve essere praticata almeno dopo due ore dall’ultimo pasto e deve essere preceduta da un
controllo della glicemia; essa va evitata con valori inferiori a 80 o superiore a 250-300 mg/dl. Nel
primo caso si rischia una pericolosa ipoglicemia, nel secondo caso la farebbe aumentare. Inoltre, chi
usa l’insulina dovrebbe programmare i tempi e l’intensità dell’A.F. in modo da regolare
l’assunzione adeguata dei cibi e le relative dosi di insulina. Qualora questo non sia stato possibile è
opportuno agire sull’assunzione dei carboidrati prima e durante lo svolgimento dell’esercizio. Da
queste premesse si intuisce l’importanza della alimentazione che un diabetico deve seguire prima di
affrontare un’attività sportiva e, soprattutto, regolare l’assunzione dei carboidrati per compensare
quelli che saranno “bruciati”. Se l’A.F. viene svolta con una certa regolarità, in alcuni casi è
possibile diminuire la dose delle compresse.
Fonte: simple wins – Franco Tomasi
QUANTO SI CONSUMA CON L’A.F.
Attività Calorie/minuto Calorie/ora
Cammino (5 Km/ora)
Bicicletta (9,5 Km/ora
4-5 240-300
Bicicletta (13 Km/ora)
Pallavolo – tennis (doppio)
5-6 300-360
Cammino (6Km/ora)
Bicicletta (16 Km/ora)
6-7 360-420
Cammino rapido (8 Km/ora)
Bicicletta ((18 Km/ora) Tennis
7-8 420-480
Jogging (8Km ora)
Bicicletta 19Km/ora)
8-10
4
480-600
Corsa a piedi (9 Km/ora)
Bicicletta (21 Km ora)
10-11 600-660
Corsa a piedi (10 Km ora) 11 o più 660 o più
Alimentazione e attività fisica
Come comportarsi e cosa conoscere prima di intraprendere un’attiva fisica
Nel diabete di tipo 2 l’Attività Fisica (A.F.) è assolutamente indispensabile, soprattutto per i
soggetti che si presentano in sovrappeso. Ciò è dovuto al fatto che, se unita ad una corretta
alimentazione, l’attività fisica comporta un calo ponderale a scapito della massa grassa e molto
poco su quella magra (muscoli); questo risultato porta a numerosi vantaggi specie nel migliorare il
compenso metabolico del diabete. Tuttavia, le persone che soffrono di diabete che intendono
intraprendere una qualunque A.F. o sportiva devono conoscere diversi importanti particolari prima
di praticarla per evitare fastidiosi inconvenienti. Prima di tutto importante che il diabetico si
sottoponga ad un’attenta verifica circa la presenza di eventuali complicanze croniche (nefropatia,
retinopatia, neuropatia) e di disturbi a carico dell’apparato cardiovascolare (ischemia miocardica o
ipertensione arteriosa). Di fronte ad attività troppo intense, infatti, si possono avere influenze
negative nelle situazioni prima descritte. Quanto all’attività sportiva con forte dispendio energetico
essa deve essere praticata almeno dopo due ore dall’ultimo pasto e deve essere preceduta da un
controllo della glicemia; essa va evitata con valori inferiori a 80 o superiore a 250-300 mg/dl. Nel
primo caso si rischia una pericolosa ipoglicemia, nel secondo caso la farebbe aumentare. Inoltre, chi
usa l’insulina dovrebbe programmare i tempi e l’intensità dell’A.F. in modo da regolare
l’assunzione adeguata dei cibi e le relative dosi di insulina. Qualora questo non sia stato possibile è
opportuno agire sull’assunzione dei carboidrati prima e durante lo svolgimento dell’esercizio. Da
queste premesse si intuisce l’importanza della alimentazione che un diabetico deve seguire prima di
affrontare un’attività sportiva e, soprattutto, regolare l’assunzione dei carboidrati per compensare
quelli che saranno “bruciati”. Se l’A.F. viene svolta con una certa regolarità, in alcuni casi è
possibile diminuire la dose delle compresse.
Fonte: simple wins – Franco Tomasi
QUANTO SI CONSUMA CON L’A.F.
Attività Calorie/minuto Calorie/ora
Cammino (5 Km/ora)
Bicicletta (9,5 Km/ora
4-5 240-300
Bicicletta (13 Km/ora)
Pallavolo – tennis (doppio)
5-6 300-360
Cammino (6Km/ora)
Bicicletta (16 Km/ora)
6-7 360-420
Cammino rapido (8 Km/ora)
Bicicletta ((18 Km/ora) Tennis
7-8 420-480
Jogging (8Km ora)
Bicicletta 19Km/ora)
8-10
4
480-600
Corsa a piedi (9 Km/ora)
Bicicletta (21 Km ora)
10-11 600-660
Corsa a piedi (10 Km ora) 11 o più 660 o più

Alimentazione e diabete
Il ruolo della dieta nella terapia

Il non corretto utilizzo dei carboidrati da parte dei tessuti dell’organismo genera, come è noto,
l’insorgenza del diabete, cioè un aumento dello zucchero nel sangue. Le cause sono diverse. Infatti, può
succedere che il pancreas non produca più insulina, ossia l’ormone che consente l’ingresso del glucosio
nelle cellule dei tessuti. In questo caso siamo in presenza del diabete tipo 1. In altre occasioni, (la
maggioranza dei casi, l’insulina prodotta risulta insufficiente, oppure, seppur prodotta in quantità
normale, non svolge la funzione cui è preposta (insulino resistenza) e quindi si verifica l’iperglicemia,
cioè il diabete tipo 2. Alla luce di questa descrizione si intuisce l’influenza che può avere
l’alimentazione, con particolare riferimento alla quantità e alla qualità dei carboidrati introdotti.
Un’assunzione eccessiva di cibo costringe il pancreas ad una sempre maggiore produzione insulinica
che, se insufficiente, determina la comparsa del diabete. Anche il sovrappeso e l’obesità possono dar
luogo al diabete, poiché determinano situazioni di insulinoresistenza. Dunque, riuscire a perdere
qualche chilo è spesso sufficiente per ottenere un miglior controllo del diabete.
Apporto calorico: solitamente il paziente diabetico normopeso richiede di un apporto calorico uguale a
quello del soggetto non diabetico; l’apporto calorico va quindi commisurato al mantenimento del peso
corporeo (di solito 25-30 kcal per chilo di peso). Purtroppo, spesso il diabete compare in soggetti in
sovrappeso o obesi probabilmente perché si è verificato uno squilibrio tra calorie introdotte e
consumate. Con una riduzione di 400-500 calorie al giorno è possibile perdere 2 Kg al mese; si può
andare anche oltre ma non è consigliabile perdere più di 4-5 Kg al mese. Importante è svolgere
un’adeguata attività fisica, una vita in movimento, infatti, aiuta a mantenere tonica la massa muscolare.
Il fatto di conservare la massa muscolare previene la diminuzione del fabbisogno energetico che invece
accade quando si perde massa magra (che capita quando si ricorre solo alla dieta). Ecco perché a un
certo punto non si perde più peso pur continuando a mantenere le stesse abitudini alimentari. Nel
diabete di tipo 2 è importante contenere l’apporto dei carboidrati specie ad assorbimento rapido
(glucosio e saccarosio), privilegiando gli zuccheri complessi ad assorbimento lento. Se proprio non si
riesce a dire no a un gelato, è opportuno mangiarlo a fine pasto e dopo aver introdotto più fibre. La
quota complessiva di carboidrati giornaliera si aggira tra il 50-55% delle calorie totali; le proteine
debbono rappresentare il 15-20% di cui un terzo di origine animale. I grassi devono fornire il restante
20-25% privilegiando quelli di origine vegetale per il loro contenuto di acidi grassi mono e polinsaturi
che giocano un ruolo positivo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Sono dunque da evitare
i cibi ricchi di acidi grassi saturi e di colesterolo.
In ogni caso va tenuto presente che nell’alimentazione quotidiana devono essere presenti tutti i principi
nutritivi appartenenti a gruppi diversi combinati tra di loro in modo equilibrato e bilanciato. Ciascun
alimento può essere sostituito da un altro, purché appartenente allo stesso gruppo. Oppure è possibile
anche la sostituzione fra alimenti appartenenti a gruppi diversi, purché abbiano contenuti simili di
nutrienti (il cosiddetto scambio tra alimenti che permette di pianificare i pasti secondo i propri gusti). In
altre parole se si vuole sostituire 50 gr di patate con la pasta va saputo quanta poterne mangiare per
avere lo stesso apporto in nutrienti.

Cibo e salute: la buona cucina tra piacere, cultura e salute

Sino a qualche secolo fa l’approccio con il cibo racchiudeva fattori di criticità (cioè ricerca del cibo per
alimentarsi e sopravvivere). In maniera progressiva quest’aspetto da fattore critico si è trasformato in
opportunità, assegnando alla relazione uomo-cibo una dimensione culturale e di convivialità. In molti
casi la storia dell’umanità ha finito con il coincidere con quella del cibo riflettendo l’indole e le
caratteristiche di un popolo. Oggi ci troviamo di fronte ad una ridefinizione profonda di tale lettura
segnata dal bisogno della “funzionalità” e da una dimensione di naturalità e di salute. Infatti, la
richiesta di un’aspettativa di vita maggiore e lo straordinario progresso scientifico hanno determinato
un forte avanzamento nelle conoscenze suggerendo cambiamenti nell’alimentazione e negli stili di vita
in termini salutistici. Purtroppo, anche nei paesi occidentali, tale spinta non è stata “abbracciata” da
tutta la popolazione: ampie fasce consumano cibi con apporto calorico eccessivo non bilanciato da una
vita attiva determinando situazioni di emergenza sanitaria (diabete, disturbi metabolici, obesità, fattori
di rischio cardiovascolari). È fuor di dubbio che l’alimentazione assume un ruolo fondamentale nella
prevenzione di alcune patologie, soprattutto quelle croniche, sempre più in aumento in tutte le
latitudini. È ormai accertato che molte delle patologie citate potrebbero essere evitate e ritardate
eliminando fattori di rischio, quali il fumo, le diete eccessive, il consumo esagerato di alcool,
contrastando l’obesità e la sedentarietà. In questo caso il cibo smette di essere piacere, mentre
subentrano le preoccupazioni legate alla salute. Qualcuno ritiene che un’alternativa possa venire
dall’autenticità, genuinità e naturalezza degli alimenti e così si pensa di chiamare in causa l’industria
alimentare alla quale si chiede di assumersi nuove responsabilità, soprattutto con l’adesione alla
sostenibilità in tutte le sue declinazioni (ambiente, salute, rapporti sociali). In realtà nel rapporto con il
cibo rientrano diverse dimensioni che non riguardano solo quelle salutistiche e della sostenibilità.
Infatti, sotto l’espressione dei cosiddetti stili di vita ritroviamo il “tratto della velocità”, che si traduce
nell’assenza di tempo da dedicare alla buona cucina, la semplificazione nell’acquisto e nella cottura
degli alimenti; una situazione che introduce la nozione della “portabilità”, che sacrifica la ritualità, la
convivialità e l’allontanamento dalla cultura del mangiare (dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei). In
sintesi, il futuro sembra riservarci la necessità di una reinterpretazione del rapporto con il cibo che ci
costringerà a conciliare le dinamiche sociali del nostro tempo attraverso un approccio equilibrato tra le
preoccupazioni legate alla salute e il piacere dell’esperienza sensoriale. Ma è importante continuare a
ritenere che, qualunque sia la collocazione che si voglia dare all’alimentazione e al cibo, entrambi
rappresentano la cultura di una comunità territoriale.

TEMPO DI FESTE
A TAVOLA quando si riceve un invito a cena e nelle situazioni normali

Sempre più frequentemente una certa vita sociale, soprattutto in occasione di particolari ricorrenze
festive, si accompagna a pantagrueliche mangiate che fanno mettere da parte le regole per una sana
alimentazione. Chiaramente questo comportamento, già non consigliabile per nessuno, risulta scorretto
per una persona con diabete e ancor di più se in condizioni di soprappeso. Anche gli amici ti
incoraggiano a mangiare con la ricorrente frase “solo per questa volta” talché è difficile sottrarsi ad
assaggiare di tutto e a rinunciare ai piaceri della tavola in compagnia. Cosa deve fare un diabetico per
limitare i danni di fronte a tali situazioni, che fanno saltare lo schema delle regole alle quale ci si era
promesso di attenersi Siccome non si può solitamente sapere quale sarà il carico dei carboidrati risulta
difficile fare la cosiddetta “conta” per poter calcolare le unità di insulina da iniettarsi. Per evitare una
iperglicemia post-prandiale, un suggerimento per prevenirla potrebbe essere quello di aumentare di un
15-20% la dose di insulina ultrarapida o pronta prima del pasto o, nel caso questo tipo di insulina non
fosse previsto dal normale schema terapeutico per quella determinata ora, praticando un supplemento di
4-6 unità di tale insulina. Nel caso invece di diabetici che utilizzano ipoglicemizzanti orali è possibile
aumentare la dose che si assume prima del pasto di mezza compressa. Un altro consiglio è di praticare
un pranzo più leggero sapendo che alla sera si andrà a cena prevedendo un pasto più ricco. Va poi
prestata molta attenzione nel non eccedere con bevande alcoliche o zuccherate.
Ecco alcuni suggerimenti pratici per un comportamento alimentare corretto
Diabetici trattati con insulina: 1) l’orario dei pasti principali deve tener conto del tipo di insulina
adoperata e delle sue modalità e tempi di azione; 2) la dose di insulina va commisurata alla quantità di
carboidrati assunti per qual pasto; 3) se saltuariamente si vuole mangiare un dolce ciò dovrebbe
avvenire dopo un pasto “leggero” ricco di fibre e, magari, rinunciando alla frutta; 4) consigliabile
utilizzare l’olio d’oliva per condire gli alimenti; 5) se si avvertono segni di ipoglicemia è bene
assumere con immediatezza 15-20 grammi di carboidrati a rapido assorbimento (3-4 cucchiaini di
zucchero o un bicchiere di coca cola o aranciata o succo di frutta); 6) evitare l’assunzione di alcool
tenuto conto che apporta calorie; 7) se si varia l’orario dei pasti va modificato anche quello
dell’insulina; 8) evitare di saltare i pasti; 9) fare attenzione nel diminuire il numero dei carboidrati
senza diminuire anche la dose di insulina; 10) non va ignorata l’eventuale ipoglicemia perchè si
avvicina l’orario del pasto.
Diabetici non trattati con insulina:
Il comportamento corretto prevede il rispetto di alcune fondamentali regole:
1) rispettare il piano alimentare assegnato; 2) privilegiare i cibi che contengono carboidrati
complessi (pasta, pane, patate nella giusta misura) e proteine (pesce uova, carne, legumi) perché
hanno un alto potere saziante; 3) iniziare il pasto con la verdura cruda o cotta per controllare
meglio l’appetito eccessivo; 4) limitare il consumo di cibi ricchi in grassi animali (formaggi,
insaccati, piatti molto elaborati) perché hanno un basso potere saziante e apportano molte
calorie. Tra i comportamenti da evitare: 1) valutare ad occhio il peso degli alimenti; 2) diete per
calare di peso o copiare la dieta dell’amico o quella che va di moda; 3) compensare gli eventuali
eccessi alimentari di un giorno digiunando quello successivo; 4) saltare i pasti nella speranza di
calare di peso; 5) concentrare alla sera il pasto principale.
Alimenti liberi: tè, caffé, succo di limone, brodo sgrassato, saccarina o altri edulcoranti sintetici.
Verdure e ortaggi: asparagi, bieta, broccoli, cardi, cavolfiori, fagiolini, finocchi, funghi freschi,
pomodori maturi, scarola, sedano, spinaci, zucca, zucchine, ecc….;
Da consumare in quantità moderate: frutta oleosa (noci, mandorle, nocciole, arachidi)
limitare il consumo di carni e formaggi grassi carciofi, carote, rape; patate e legumi sono consentiti in
sostituzione di pane o della pasta;
Da escludere normalmente: miele, zucchero, marmellate, cioccolata, dolci e pasticceria in genere,
gelatine di frutta, bibite dolcificate, caramelle, sciroppi, conserve di frutta conservata, frutta secca,
(fichi, uvetta, prugne). In assoluto, tali cibi non sono vietati; va però tenuto in considerazione il loro
apporto calorico nell’economia del pasto regolandosi nell’assunzione di altri alimenti.

Tempo di feste
Consigli pratici quando si riceve un invito a cena e nelle situazioni

Sempre più frequentemente una certa vita sociale, soprattutto in occasione di particolari ricorrenze
festive, si accompagna a pantagrueliche mangiate che fanno mettere da parte le regole per una sana
alimentazione. Chiaramente questo comportamento, già non consigliabile per nessuno, risulta scorretto
per una persona con diabete e ancor di più se in condizioni di sovrappeso. Anche gli amici ti
incoraggiano a mangiare con la ricorrente frase “solo per questa volta”, così che risulta difficile
rinunciare ai piaceri della tavola in compagnia. Cosa deve fare allora un diabetico per limitare i danni
Dal momento che non si può sapere quale sarà il carico dei carboidrati, risulta difficile fare la
cosiddetta “conta” per calcolare le unità di insulina da iniettarsi. Per evitare un’iperglicemia postprandiale,
un suggerimento per prevenirla potrebbe essere quello di iniettarsi un 15-20% dose di
insulina ultrarapida o pronta prima del pasto o, nel caso questo tipo di insulina non fosse previsto dal
normale schema terapeutico per quella determinata ora, praticando un supplemento di 4-6 unità di tale
insulina. Nel caso invece di diabetici che utilizzano ipoglicemizzanti orali è possibile aumentare la dose
che si assume prima del pasto di mezza compressa. Un altro consiglio è di praticare un pranzo più
leggero in previsione di una cena più ricca. Va poi prestata molta attenzione nel non eccedere con le
bevande alcoliche o zuccherate.
Ecco alcuni suggerimenti pratici per un comportamento alimentare corretto
Diabetici trattati con insulina: 1) l’orario dei pasti principali deve tener conto del tipo di insulina
adoperata e delle sue modalità e tempi di azione; 2) la dose di insulina va commisurata alla quantità di
carboidrati assunti per quel pasto; 3) se saltuariamente si vuole mangiare un dolce ciò dovrebbe
avvenire dopo un pasto“leggero” e ricco di fibre e, magari, rinunciando alla frutta; 4) consigliabile
utilizzare l’olio d’oliva per condire gli alimenti; 5) se si avvertono segni di ipoglicemia è bene
assumere subito 15-20 grammi di carboidrati a rapido assorbimento (3-4 cucchiaini di zucchero o un
bicchiere di coca cola o aranciata o succo di frutta); 6) evitare l’assunzione di alcool tenuto conto che
apporta calorie; 7) se si varia l’orario dei pasti va modificato anche quello dell’insulina; 8) Evitare di
saltare i pasti; 9) fare attenzione nel diminuire il numero dei carboidrati senza ridurre anche la dose di
insulina. 10) non va ignorata l’eventuale ipoglicemia perchè si avvicina l’orario del pasto;
Diabetici non trattati con insulina:
Il comportamento corretto prevede il rispetto di alcune fondamentali regole e cioè:
1) rispettare il piano alimentare assegnato; 2) privilegiare i cibi che contengono carboidrati complessi
(pasta, pane, patate nella giusta misura) e proteine (pesce uova, carne, legumi) perché hanno un alto
potere saziante; 3) iniziare il pasto con la verdura cruda o cotta per controllare meglio l’appetito
eccessivo; 4) limitare il consumo di cibi ricchi in grassi animali (formaggi, insaccati, piatti molto
elaborati) perché hanno un basso potere saziante e apportano molte calorie. Tra i comportamenti da
evitare è opportuno ricordare: 1) valutare ad occhio il peso degli alimenti se non dopo essere sicuri
della porzione; 2) usare piccole miracolose diete per calare di peso o copiare la dieta dell’amico o
quella che va di moda; 3) compensare gli eventuali eccessi alimentari di un giorno digiunando quello
successivo; 4) saltare i pasti nella speranza di calare di peso; 5) concentrare alla sera il pasto principale.
Alimenti liberi: tè, caffé, succo di limone, brodo sgrassato, saccarina o altri edulcoranti sintetici.
Verdure e ortaggi: asparagi, bieta, broccoli, cardi, cavolfiori, fagiolini, finocchi, funghi freschi,
pomodori maturi, scarola, sedano, spinaci, zucca, zucchine, ecc….;
Da consumare in quantità moderate: frutta oleosa (noci, mandorle, nocciole, arachidi)
limitare il consumo di carni e formaggi grassi carciofi, carote, rape;patate e legumi sono consentiti in
sostituzione di pane o della pasta;
Da escludere normalmente: miele, zucchero, marmellate, cioccolata, dolci e pasticceria in genere,
gelatine di frutta, bibite dolcificate, caramelle, sciroppi, conserve di frutta conservata, frutta secca,
(fichi, uvetta, prugne).

Il calcolo dei carboidrati per valutare la dose di insulina persone tratta con
insulina spazio al documento informatico

I diversi passi da compiere per risalire alle quantità presenti nei cibi da assumere
Fino a qualche fa il calcolo dei carboidrati si proponeva alle persone che erano trattate con il
microinfusore, mentre adesso questa “conta” viene considerata importante per tutte le persone
comunque trattate con insulina. I CHO counting (come viene correntemente definito con l’inglese)
consente di risalire alle quantità presenti negli alimenti che si stanno assumendo. Questa conoscenza
consente di adeguare la propria terapia insulinica alla tipologia dei pasti (sapendo che le proteine e i
grassi, pur contenendo calorie, non concorrono ad innalzare la glicemia, soprattutto nelle due ore
successive ai pasti. Il primo step è la conoscenza degli alimenti che contengono i carboidrati come
ad esempio tutti i derivati della farina e dei cereali (pasta, riso, patate, prodotti da fondo). Quello
che non va confusa (istintivamente spontaneo) è la differenza tra proteine e calorie. Così gli
alimenti ricchi di proteine o grassi, come le uova, le noci o le creme, non contengono carboidrati ma
non presentano molte calorie; detto in altri termini fanno ingrassare ma non influenzano la glicemia
postprandiale in quantità misurate. Una particolare attenzione va riservata alle bevande alla frutta
che contengono una notevole quantità di “zuccheri aggiunti”. Quanto agli alcolici bisogna tener
conto che un bicchiere di vino nel corso del pasto non influenza la glicemia mentre fuori pasto gli
alcolici (inducendo il fegato a ridurre la secrezione basale di glucosio) possono provocare
ipoglicemia. Il secondo step è la valutazione del peso delle porzioni degli alimenti che contengono
carboidrati. All’inizio è bene fare ricorso alla bilancia per pesare ‘a crudo’ gli alimenti, soprattutto
se non si ha una certa pratica di una valutazione ‘ad occhio’. In certi casi è consigliabile sostituire la
bilancia con unità di misura utilizzando ora la tazza, ora il cucchiaio o la mano (come per la frutta).
Con un pò di allenamento è possibile stimare con una buona precisione una gran parte degli
alimenti. L’Associazione “Amici del Diabetico” ha dedicato parecchia attenzione a questo
argomento affrontato più volte nei seminari mensili di educazione e in corsi dedicati nei soggiorni
residenziali degli ultimi tre anni. Come già richiamato in altra parte del Notiziario si è cercato di far
passare il messaggio che è superata la vecchia logica dei ‘cibi proibiti’ (la proibizione di un
alimento porta solo a valorizzarlo) e, quando possibile, lo si mangia senza fare alcun calcolo. Si
arriva così al terzo step per stabilire quanti carboidrati ci sono in 100 gr degli alimenti considerati.
Nel quarto step vanno calcolati i gr di carboidrati che ci sono nella porzione dell’alimento o della
bevanda; nel quinto step andranno conteggiati le unità di insulina necessarie per “bruciare” la
quantità dei carboidrati assunti: questo significa che se si sono introdotte 80 gr di carboidrati e il
mio rapporto Insulina/carboidrati è di 20 avrò bisogno di 4 unità (4 x 20 = 80). Va chiarito che il
precedente rapporto è diverso per ogni persona in eccesso o per difetto. Il sesto step è rivolto a
misurare l’esattezza della precedente ipotesi riportando i dati sul diario. Un ultimo aspetto, cui fare
attenzione, è che se si mangia dopo poche ore (colazione e pranzo ravvicinati) va calcolata la
quantità residua di insulina ancora i circolazione dal bolo (unità) precedente.

IL RUOLO DELLE FIBRE NEL RIDURRE L’IMPATTO GLICEMICO

È un argomento del quale ci siamo spesso occupati, sia pure all’interno di una discussione più
ampia sul tema alimentazione. In quest’occasione si è deciso di dedicare un articolo prendendo
spunto dai risultati di un recente studio dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica
la quale ha rilevato come si sia progressivamente ridotto il numero delle famiglie italiane che
consumano almeno una porzione al giorno di frutta e verdura; ciò a dispetto di quanto sostenuto e
consigliato da tutte le Linee guida alimentari.
Eppure è noto che le fibre alimentari svolgono un ruolo di prevenzione nei confronti di alcune
malattie e delle condizioni più comuni e non presentano alcuna controindicazione, a differenza della
maggior parte dei farmaci. Vediamo allora quale è la differenza principale tra le fibre e gli altri
nutrienti (zuccheri, proteine e grassi). La principale è che le fibre presentano un modesto valore
nutritivo tant’è che non vengono classificate come fonte di energia, pur essendo dei carboidrati
complessi in quanto non vengono assorbiti a livello intestinale. Però esse svolgono un ruolo
importante poiché riescono a “modulare” l’assorbimento dei nutrienti nell’intestino, favoriscono il
transito intestinale; inoltre, richiamando acqua e aumentando il volume fecale contribuiscono
raggiungere al senso di sazietà. Sono due le tipologie delle fibre più comuni: quelle solubili che
producono un effetto sul metabolismo e quelle non solubili che svolgono un ruolo “meccanico”
sull’apparato digerente. Quelle solubili si trovano soprattutto nei legumi e nella frutta, quelle
insolubili sono contenute, soprattutto, nei cereali integrali, nelle verdure e negli ortaggi. Queste
ultime hanno un effetto moderatore sulla flora batterica dell’intestino combattendo la stitichezza. Il
ruolo delle fibre solubili contenute nelle verdura, nei legumi e nella frutta hanno anche l’effetto di
rallentare la velocità di assorbimento di zuccheri e grassi. Proprio per questo motivo le linee guide
stilate dalle due Società scientifiche consigliano alle persone con diabete di assumere almeno
cinque porzioni a settimana di verdura e frutta sostituendo il ‘primo’ per almeno quattro volte con
un piatto di legumi. L’effetto modulazione nell’assorbimento non vale solo per gli zuccheri ma si
estende anche agli altri nutrienti; pertanto, le fibre sono consigliate anche a soggetti per chi tende ad
avere livelli elevati di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Infine, le fibre sono consigliate anche a
chi soffre di emorroidi, fistole o altri tipi di problemi nell’ultimo tratto dell’intestino. L’ideale
sarebbe quello di assumere 30 grammi di fibre al giorno, ma potrebbero bastare anche 20 grammi
integrandoli con una porzione di verdura a pranzo e una a sera, magari con una mela per colazione.

Indice glicemico e dolcificanti artificiali

Sempre più frequentemente, specie tra le persone che soffrono il disagio del diabete, si va
affermando l’importanza degli effetti fisiologici derivanti dal consumo degli zuccheri
semplici o complessi, (cioè i carboidrati) tra cui gli amidi. Il parametro base degli effetti
viene misurato nel cosiddetto “indice glicemico”. È noto che esistono carboidrati che sono
digeriti più velocemente (amido delle patate e del pane) con il conseguente rapido aumento
della concentrazione di glucosio nel sangue (glicemia) al quale il fisico sano contrappone il
rilascio dell’ormone insulina: cioè un processo che facilita la penetrazione del glucosio
all’interno delle cellule per una sua utilizzazione come fonte di energia. Il consumo
eccessivo di questi amidi comporta il mantenimento, e spesso l’aumento, dei depositi di
tessuto grasso favorendo il soprappeso e l’obesità. Di converso la mancata risposta
insulinica conseguente all’aumento della glicemia può indurre a cercare altro cibo in un
circolo vizioso. Per il diabetico, quindi, è più opportuno consumare carboidrati a più lento
assorbimento (amido della pasta al dente, amidi di legumi, frutta ricca di zuccheri semplici
ma a basso tenore di glucosio) in modo che la glicemia salga più lentamente; ciò produce
l’effetto di una maggiore stabilità del tasso zuccherino nel sangue e un più prolungato
senso di sazietà.
Questa premessa era necessaria per introdurre l’argomento del consumo di dolcificanti
artificiali tenendo conto che oggi è aumentata l’offerta di cibi a basso o ridotto contenuto
energetico. Una scelta sempre più frequente per aiutare quanti hanno bisogno di contenere
l’apporto calorico finalizzato a mantenere un corretto equilibrio energetico e,
conseguentemente, la stabilizzazione del peso e magari il calo ponderale. È in quest’ottica
che si pone l’aumentato consumo di dolcificanti intensivi come sostituti del saccarosio allo
scopo di contenere la densità energetica della propria dieta, senza per questo intaccare il
gusto. Rispetto a questo consumo c’è da rilevare come sia ciclicamente messa in dubbio la
sicurezza di tali dolcificanti sulla salute dell’uomo. Tuttavia, con riferimento all’aspartame,
va detto che nel 2006 l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza degli Alimenti), e nel
2007 l’FDA (Federazione America del Diabete) hanno smentito il rapporto tra consumo di
aspartame e rischio di neoplasie. A confermare l’assenza di pericoli ci sono pure studi di
importanti istituti italiani di ricerca che hanno escluso un nesso tra l’uso di altri dolcificanti
e l’insorgenza del rischio neoplastico ma, come in ogni campo, tutti sanno che sono gli
eccessi a far male. Un argomento collegato è il consumo delle cosiddette “bevande soft”
per le quali non sembra esistere un motivo sensato per bandirle completamente dalla
propria dieta (se si esclude la tendenziale paura verso ciò che è chimico). Negli ultimi
tempi si è intensificata la tendenza a preferire, in modo selettivo, bevande dolci ma di fatto
acaloriche. Questa disponibilità di ”bevande dolcificate” artificialmente e la sempre
maggiore offerta di alimenti a basso contenuto energetico rende oggi possibile non
rinunciare al piacere del gusto dolce senza aumentare il carico calorico.
Ma deve essere chiaro che la libertà di consumare particolari alimenti e bevande deve
ricadere entro scelte responsabili e di consapevole equilibrio, senza un’esasperata ricerca
del “piacere”. L’argomento descritto riporta a spendere poche parole sulla saccarina: essa
possiede un potere dolcificante da 300 a 500 volte superiore rispetto allo zucchero comune;
non essendo metabolizzata nell’organismo essa risulta acalorica e stabile in quanto resiste
ad alte temperature. Su base mondiale risulta di gran lunga il dolcificante più utilizzato in
assoluto; essa trova il consenso del mondo scientifico e la dose attuale è fissata in 2,5
mg/kg del peso corporeo. Il sucralosio è un disaccaride con un potere dolcificante 600
volte superiore al saccarosio. Non possiede potere calorico, è scarsamente assorbito e viene
eliminato invariato. È stabile ad alte temperature e può essere utilizzato anche per alimenti
da cuocere al forno. È considerato un dolcificante sicuro e le dosi consigliate parlano di 5
mg/kg del peso corporeo. Infine, c’è da riflettere sul consumo di bevande analcoliche
che, naturalmente, si colloca nel più vasto tema dell’alimentazione. Siamo in presenza di
un argomento che, a torto o a ragione, può essere considerato –oltre che per l’aspetto
nutrizionale– anche per quello relazionale, cognitivo ed affettivo (ma non quanto
l’assunzione di alcool). Il bere analcolico presenta un quadro abbastanza limitato sia
qualitativamente che quantitativamente. I modelli psicologici legati alle indagini sul bere
analcolico e delle preferenze non sono molti. Esiste invece un’ampia letteratura
sull’argomento affrontato dal punto di vista biologico e, in particolare, sugli effetti che la
grande disponibilità di queste bevande può generare:incremento dell’obesità e soprappeso.
Un rischio quest’ultimo, come più volte ricordato in questo Notiziario, che presenta
numerosi rischi di morbilità e di mortalità. Il consumo eccessivo dei soft drink e quindi di
bevande analcoliche gassate e zuccherate può essere collegato ai rischi suddetti come pure
a problemi di disagio psicologico. Se ne ricava che il ricorso a questo tipo di bevande può
essere collegato all’emotional eating, cioè al mangiare in seguito a particolari stati emotivi.
Ci sono delle evidenze scientifiche di un’elevata associazione tra il piacere e la frequenza
del consumo di una determinata bevanda. Diverse ricerche suggeriscono che le bevande
analcoliche forniscono sensazioni piacevoli che portano a un loro regolare consumo. Su
questo influisce il colore, unito alla percezione di una sensazione rinfrescante e dissetante.
Di per sé le bevande analcoliche non fanno male purché il consumo rimanga limitato
ricevendone un piacere ma nel rispetto del proprio corpo e della salute.

La perdita di peso passa da una corretta conoscenza alimentare e da una solida
collaborazione con il Team Diabetologico

Non è infrequente sentir parlare di cibi adatti ad una persona che soffre di diabete, oppure questo
cibo tu non lo puoi mangiare perché hai il diabete. Eppure il concetto di dieta per diabetici” risulta
superato da qualche decennio e appartiene ad una epoca in cui i medici non possedevano gli attuali
strumenti o, comunque, non dominavano conoscenze approfondite guadagnate negli ultimi tempi.
Oggi nessun Diabetologo propone al suo paziente una lista di alimenti proibiti o di diete
prestampate perché, se non si è eccessivamente obesi, alla persona si concede libertà, facendo però
leva sul suo senso di responsabilità. Nella maggior parte dei casi si è capito che le diete, specie se
molto prescrittive e di lungo termine, non funzionano perché nel momento in cui viene interrotta si
verifica una ripresa del peso perso, vanificando tanti sacrifici e rinunce. Alla persona che soffre di
questa patologia viene consigliato uno stile alimentare corretto, più sano, equilibrato e moderato.
Questa alimentazione prevede alcuni principi di base semplici e dettate dal buon senso, come ad
esempio: a) controllare delle calorie assunte per mantenere il peso nella “normalità” e
possibilmente ridurlo del 10%; suddividere i principi nutrienti in modo equilibrato, vale a dire 50-
55% di carboidrati (pasta, riso, pane, patate, legumi), 20-25% di proteine e 20-25% di grassi; b)
consumare da quattro a cinque porzioni al giorno di vegetali (da 300 a 600grammi; c) preferire il
pesce o le carni bianche per via del minore contenuto di colesterolo; privilegiare i cibi integrali per
il maggior contenuto di fibre; d) condire le pietanze preferendo l’olio extravergine d’oliva; e)
limitare gli alimenti con alto contenuti di grassi animali (formaggi, salumi, prodotti dolciari). Ma
aderire a questi principi vuol dire seguire un percorso educativo dove il paziente assume un ruolo di
protagonista attivo e consapevole. Dunque, solo una vera educazione terapeutica è in grado di
fornire quelle nozioni di base, fino ad acquisire le capacità per “modulare” le informazioni acquisite
elaborandole secondo le necessità individuali ma sempre nel rispetto dei principi terapeutici
fondamentali. Acquisire le nozioni di base vuol dire sviluppare la capacità di distinguere gli
alimenti in base al contenuto prevalente in carboidrati, proteine e grassi. L’educazione terapeutica
alimentare introduce il concetto di “equivalenza” e quindi di “scambio” tra alimenti dello stesso
gruppo (vedi A.D. Informa n. 17) che consente di ottenere una sorta di flessibilità sicuramente più
gratificante. Questo permette di pianificare il proprio pasto variando gli alimenti ma mantenendo
una quota costante di carboidrati. Ma il vero problema è mantenere sempre alta una certa
motivazione ; perché ciò si verifichi è importante che la persona veda dei risultati tangibili. Quindi,
è importante scegliere quali obiettivi s’intendono raggiungere facendo scelte individuali.
ATTENZIONE AI FUORI PASTO
Va saputo che i cosiddetti “fuori pasto” sono un vero nemico della glicemia e del peso, perché nella
maggior parte dei casi sono ricchi di zucchero o di grassi. Inoltre, la stessa quantità di carboidrati
assunta lontani dal pasto ha un impatto maggiore rispetto a quello che avrebbe all’interno di un
pasto. I fuori pasto o gli spuntini sono, dunque, uno degli argomenti più spinosi dell’alimentazione
nella patologia diabetica; certamente essi non sono indispensabili, mentre è consigliabile che il
diabetico ne parli col proprio diabetologo.

La salute si misura in chilogrammi

Studi importanti stabiliscono che ogni 15 kg di peso in eccesso corrispondono ad un rischio di
morte prematura percentualmente molto significativa. Il danno provocato in un soggetto obeso
fumatore abbasserebbe di 8-10 anni l’aspettativa di vita. Una situazione che ha riflessi pesanti sulla
spesa del sistema sanitario calcolato in circa il 25% in più rispetto ad una persona normale; tutti
questi costi sono destinati a crescere vista la tendenza in atto che prevede la media di due persone
su tre in sovrappeso, con una prevalenza del sesso femminile. Si è notato che il livello culturale ha
un’incidenza diretta sullo sviluppo dell’obesità, sicuramente più diffusa tra le persone con più
basso livello di reddito e di istruzione. Un fattore da tener presente è la famigliarità ma, soprattutto,
lo stile di vita della famiglia che, inevitabilmente, coinvolge i diversi componenti (in particolare i
giovanissimi), i quali facilmente possono acquisire abitudini alimentari non corrette. Vanno poi
considerati i danni indiretti: una persona obesa o con cattiva salute trova maggiori difficoltà (o
condizionamenti) nel mondo del lavoro o nella ricerca di occupazione, con ripercussioni al livello
retributivo.
A questo punto sorge spontanea la domanda: quali sono le cause, o se si vuole, le responsabilità di
tale epidemia? Forse il trovarsi in una società opulenta? Oppure una separazione tra mente e corpo,
una disarmonia spirituale? Sicuramente un ruolo importante è stato giocato dall’evoluzione
tecnologica che ha abbassato significativamente il calo delle calorie agevolando i consumi di
alimenti più freschi e sofisticati. A questo vanno aggiunti altri fattori come il cambiamento di stile
di vita con una minor attività fisica, più ore di lavoro, maggiore stress, fattori questi, che hanno
contribuito all’incremento dell’epidemia. Quale ricetta adottare: sicuramente la prevenzione è un
passaggio obbligato e richiede una collaborazione tra diversi soggetti, sia pubblici e privati,
combinando, poi, vari interventi in una strategia volta a coprire le diverse fasce di età, di sesso
tenuto conto dei gruppi esposti a maggior rischio. Nelle classifiche per nazione l’Italia non è messa
bene, posizionandosi in cima alle percentuali delle persone obese. Questo dato richiede interventi
di regolamentazione e campagne informative/educative da parte delle istituzioni con il
coinvolgimento, in particolare, dei medici di base. Ma compiti puntuali spettano anche ai privati e
al privato sociale specie nel settore del volontariato, i quali potrebbero impegnarsi nel promuovere
campagne di pubblicità alimentare autoregolamentata, svolgere iniziative di sensibilizzazione nei
diversi ordini di scuole, nei luoghi di lavoro, sollecitando etichette veritiere nella composizione dei
cibi, “spingendo” verso misure di esercizio fisico, di ricorso ai consigli medici e di consulenza di
dietologi. Certo, la prevenzione porta a vivere meglio e più a lungo aumentando i costi
dell’assistenza che, tuttavia, sarebbero inferiori a quelli della cattiva salute discendente dall’obesità
e dalle patologie correlate.

SMETTERE DI FUMARE FA RITROVARE ALCUNI ‘PIACERI’ DELLA VITA
Pochi dubbi, anzi certezze sul fatto che i saggi fumatori corrono un rischio elevato di maggiori
danni, spesso anche fatali, sia al cuore che al cervello. E’ noto che il diabete espone il soggetto che
ne è portatore ai medesimi rischi in una misura superiore che va da 2 a 4 volte superiore alla
media. Ne deriva che su tali persone si verifica una moltiplicazione del rischio che va da 4 a 8
volte. A tale situazione si somma il ben noto rischio di cancro al polmone, classificato tra i più

Mangiare alternativo
UNO SGUARDO PIÙ APPROFONDITO ALLE DIETE ALTERNATIVE

Sempre più frequentemente incrociamo persone che nel nostro Paese stanno optando per stili
alimentari alternativi di tipo vegetariano-macrobiotico. Per non parlare di quella quota, sicuramente
in crescita, che tende a scegliere alimenti ‘bio’ o si rivolge alle erboristerie piuttosto che a negozi
specializzati in alimenti esotici. Sicuramente questa situazione è figlia di un’accresciuta sensibilità
della popolazione conscia delle conseguenze che una cattiva alimentazione può avere sulla salute.
Tuttavia, c’è da chiedersi se effettivamente tali scelte si confanno alle persone che hanno già il
diabete o che intendono prevenirlo. Secondo il parere degli esperti (diabetologi compresi)
un’alimentazione ‘alternativa’ non può essere ritenuta ideale in generale e, tanto meno, per una
persona con diabete. In altra parte del giornale si è ampiamente sostenuto come sia importante
assicurare all’organismo tutti i nutrienti variando il consumo dei cibi per un apporto “completo” dei
contenuti nutrizionali. È pur vero che una dieta vegetariana presenta delle “convergenze” rispetto
alle linee guida che consigliano di mangiare, verdura, frutta, cereali integrali e di sostituire pesci e
legumi alle carni rosse. Bisogna però evitare di seguire mode culturali dettate da esigenze etiche o
filosofiche mischiando informazioni non controllate con studi scientificamente provati come il
ruolo delle carni rosse nel generare tumori, piuttosto che il ruolo protettivo assicurato dalle fibre.
Dieta macrobiotica. La dieta macrobiotica, valutata dal punto di vista medico, è ricca di fibre e
povera di grassi ed assegna un ruolo importante al riso, il quale pur essendo un ottimo cereale si
presente ricco di amido ma scarso di proteine. Spesso è ricca di sale e, quindi, controindicata per la
pressione arteriosa; certamente è priva di quegli elementi cosiddetti ‘nobili’ che devono essere
quindi assunti dall’esterno. Dunque, una dieta del genere può essere accettata se si sta attenti alla
quantità di calorie necessarie alla “vitalità” dell’organismo.
Dieta vegetariana. Chi si rivolge a questa dieta in maniera ‘rigida’ deve fare attenzione al rischio
della carenza di proteine. Sicuramente ha effetti positivi sul sistema digerente, aiuta le persone con
diabete a ridurre il picco glicemico postprandiale e riduce il rischio di sviluppare diabete e obesità.
Tuttavia, essendo una dieta carente di alcuni importanti nutrienti risulta, quantomeno
contraddittorio rivolgersi ad un’alimentazione ‘naturale’ per poi andare in farmacia a comprare
degli integratori. È anche vero che esistono versioni più ampie delle diete vegetariane, perché alla
riduzione dei grassi animali viene opposto un aumento di cereali integrali, legumi, verdura e frutta e
l’associazione di un moderato apporto di proteine di origine animale e di latte magro (per il calcio);
ma resta il fatto che diete del genere possono stancare per cui non è sempre consigliabile affidarsi a
diete rigidamente prefissate (con molti dubbi sulla sostenibilità nel tempo) privilegiando, piuttosto,
di rimanere nell’ambito delle preferenze alimentari del paziente.
Alimenti ‘bio’. Sono quelli derivati da un’agricoltura che fa a meno di utilizzare i fertilizzanti
chimici per debellare i parassiti; viene usata una grande varietà di sementi (evitando, però, quelli
geneticamente modificati) e di mangimi tradizionali relativamente all’allevamento. Per fregiarsi del
marchio ‘bio’ gli alimenti sono sottoposti ad una precisa regolamentazione verificata da apposite
agenzie. A tutt’oggi però non esiste alcuna certificazione tra alimentazione ‘bio’ e minore incidenza
di infarti. In questo caso, anche se non vi sono prove scientifiche la medicina è orientata

Mangiare correttamente: un passo
decisivo per stare bene e vivere meglio

Alimentarsi in modo corretto corrisponde ad un sicuro investimento per la nostra
salute complessiva, oltre che per il nostro aspetto estetico. Tutti gli studi
confermano lo stretto legame tra alimentazione, sovrappeso e obesità, fattori che
influenzano l’insorgenza del diabete, dell’ipertensione, dislipidemia, patologie
articolari, ecc. Adottare una dieta bilanciata vuol dire prevenire queste patologie,
sapendo che per mantenere a norma il nostro peso corporeo occorre anche
conoscere il nostro fabbisogno calorico giornaliero, che non è uguale per tutti, ma
dipende dal metabolismo basale (influenzato dall’età e dal sesso) nonché
dall’attività (consumo di energia) svolta quotidianamente. Infatti, ogni caloria in
più introdotta rispetto al fabbisogno si trasforma in tessuto adiposo e ciò richiede
l’aumento di dispendio calorico al fine di mantenere in parità il bilancio tra
entrata e uscita. Come primo passaggio per valutare se il nostro peso è a norma si
ricorre, convenzionalmente, all’indice di massa corporea (BMI) ricavato dal
rapporto tra peso in kg ed il quadrato dell’altezza espresso in cm; un BMI normale
dovrebbe essere compreso tra 19 e 24 nella donna e tra 20 e 25 nell’uomo. Sopra
e sotto tali soglie si è considerati, rispettivamente sovrappeso o sottopeso.
Per giungere ad un’alimentazione equilibrata è giusto attenersi ad alcune regole
generali che consentono di rispettare gli apporti nutrizionali così suddivisi: 55-
60% composto da carboidrati (pasta, pane, riso, patate, ecc.), 20-25% da proteine
(carne, pesce, uova, formaggi, ecc.) 10-15% da lipidi (grassi). Dunque, è
importante fornire al nostro organismo gli alimenti in rapporto alla loro
composizione in principi nutritivi e del loro valore nutrizionale, calcolando un
consumo su base giornaliera/settimanale. Una corretta alimentazione giornaliera
parte dalla prima colazione, che deve rappresentare il 20-25% dell’apporto
calorico giornaliero, essere di facile digeribilità e consentire di giungere al
momento del pranzo in efficienza e con un appetito normale. Se dovesse calare il
livello di attenzione (specie nei giovani) si può ricorrere ad uno spuntino con cibi
poco calorici e, comunque, leggeri (frutta, biscotti secchi, yogurt, fette biscottate).
Il pranzo dovrebbe essere composto da un primo e secondo piatto, entrambi
semplici e con pochi grassi, accompagnandolo sempre con verdura e frutta. La
cena dovrebbe, infine, completare l’apporto calorico consigliato, accompagnando
i piatti principali con verdura e frutta. Se necessario, si può ricorrere anche allo
spuntino pomeridiano, soprattutto se sono state spese delle energie, per non
arrivare al pasto serale con molto appetito. Buone regole da ricordare: non saltare
i pasti attenendosi ad una dieta bilanciata; non mangiare in fretta, in piedi o
guardando la TV; meglio usare olio extravergine, non eccedere con il sale,
conoscere i tempi di digestione (30-60 minuti per gli zuccheri, 180 min. per i
grassi, 120 min. per le proteine). Altrettanto buona regola è stabilire con un
professionista preparato la quantità di calorie giornaliere da consumare.

SALUTE: A TAVOLA CON ROCHE
Le ricette delle tradizioni regionali

Con questo titolo ROCHE presenta un simpatico opuscolo nel quale vengono riscoperte
diverse tradizioni gastronomiche regionali. Infatti, nella nostra bella Italia ogni città, ogni
valle, ogni paese, propone non solo i suoi vini ma anche coltivazioni tipiche, metodi di
lavorazione e ricette. È opinione diffusa che buona parte di queste tradizioni corrisponda ad
un’opportunità per vivere in modo più sano e variato. Questo perché un tempo i mezzi di
trasformazione erano ridotti e quindi venivano preparati piatti con quanto si poteva trovare e
raccogliere nell’orto e nel bosco. Soprattutto si tratta di ricette ricche di fibre grazie a verdure
e frutta, come del resto consigliano i più moderni principi di educazione alimentare. Alcune
sono semplici da preparare, altre richiedono invece una lunga ricerca dei prodotti più
caratteristici legati ad uno specifico territorio. Ma tutte ci consentono di riscoprire la cultura
gastronomica che di recente la ricerca scientifica propone come cardine di una sana
alimentazione e del viver bene.
Le ricette raccolte nell’opuscolo si rifanno alla tradizione alimentare delle regioni italiane e
presentano piatti raccomandati per una corretta alimentazione; aderiscono anche a un
modello di riferimento “bilanciato” sia nelle sue componenti nutrizionali principali (proteine,
grassi e zuccheri) sia per il contenuto in fibra, sali minerali e vitamine. Così è facile riscoprire
gusti e alimenti, spesso dimenticati, che rendono possibile un’alimentazione equilibrata con il
criterio della varietà, dell’alternanza e della frequenza del consumo. La pubblicazione
(rintracciabile presso l’Associazione) si è avvalsa dello specifico supporto di qualificati
dietisti sia per le informazioni sulle caratteristiche nutrizionali, sia per il corretto modo di
inserirli e abbinarli nella razione giornaliera dei vari pasti. Sicuramente questo libretto
rappresenta una bella iniziativa, o meglio un supporto originale e utile a quanti vogliono
riscoprire alcune delle più belle tradizioni del nostro Paese, sicuri di facilitare una personale e
corretta autogestione alimentare. Pubblichiamo una ricetta tipica della Lombardia.
Zuppa di trippa con verdura
Ingredienti per quattro persone
1 cipolla media – 1 carota – 3 patate (450 gr circa) tagliate a dadi – 1 gambo di sedano – un ciuffo di prezzemolo –
trippa tagliata a striscioline (800 gr) – 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva – grana padano (20 gr) – 2 cucchiai di
salsa di pomodoro molto liquida – brodo vegetale 1 lt – sale e pepe.
Procedimento
Preparare un battuto con la carota, il sedano, la cipolla, il prezzemolo, ponendo il tutto a soffriggere lievemente
nell’olio. Quando le verdure cominceranno a colorirsi, unire la trippa precedentemente sbollentata per una decina di
minuti. Lasciare cuocere il tutto lentamente, aggiungendo di tanto in tanto acqua tiepida se il contenuto è troppo
asciutto. Raggiunta la metà cottura (dopo circa 30 minuti), unire la salsa di pomodoro liquida e le patate. Quindi coprire
con il brodo caldo vegetale nel frattempo preparato, lasciando bollire a fuoco moderato. Prima di togliere la zuppa dal
fuoco, insaporire con sale, pepe e grana.
Commento
La trippa è una frattaglia, la parte dell’apparato digerente che si trova tra l’esofago e lo stomaco; quella più comune è di
bovino. È molto nutriente e si consiglia di consumarla solo occasionalmente essendo ricca di colesterolo. Con
l’aggiunta di pane tostato diventa un ottimo piatto unico. Una porzione contiene: 391 Kilocalorie; 3 gr di fibra; 24 gr di
carboidrati; 36 gr di proteine; 17 gr di grassi.

IL RUOLO DELLA DIETA NEL SEGUIRE LA TERAPIA

Il rapporto tra alimentazione e diabete è particolarmente stretto, soprattutto in quello di tipo 2; si
comprende quindi quanto siano importanti le scelte alimentari con riferimento alla quantità e alla
qualità dei carboidrati contenuti. Il diabete, infatti, si manifesta a causa di un difettoso utilizzo dei
carboidrati da parte di alcuni tessuti (muscoli e tessuto adiposo) seguito dall’aumento dello
zucchero nel sangue (iperglicemia). Ciò avviene quando il pancreas non secerne più insulina
(diabete tipo 1), oppure per altri due motivi nel diabete di tipo 2: a) quando l’insulina prodotta è
insufficiente; b) quando l’insulina pur essendo prodotta in quantità normale non funziona
correttamente per cui il glucosio non riesce a penetrare nei richiamati tessuti (insulinoresistenza). In
parole semplici, un eccessivo consumo di carboidrati determina un aumentato bisogno di insulina
obbligando il pancreas ad una attività maggiore. Se la risposta non è conseguente si determina il
diabete, in altri casi sopravviene il sovrappeso o l’obesità. Il rimedio più efficace in tale situazione
casi è quello di perdere peso ottenendo un miglior compenso glicemico: consigliabile scendere del
5-10% del peso iniziale. L’apporto calorico in un soggetto normopeso si aggirare sui 25-30 kcal per
chilo di peso. Di fronte ad un sovrappeso questo apporto deve essere diminuito in modo che le
necessità energetiche vengano attinte dai grassi di deposito. Considerato che un chilogrammo di
grasso sviluppa circa 7.000 calorie riducendo l’apporto di 400/500 calorie al giorno si può ottenere
una perdita di peso di 2 kg al mese (400-550 per 30 giorni = 12 mila-15 mila kcal). Inoltre, la
perdita di peso può essere determinata da una regolare attività fisica (consigliabile non superare i 4-
5 Kg x mese) con un doppio risultato: aumentare il dispendio energetico e mantenere tonica la
massa muscolare. Conservare questa massa è di particolare importanza poiché previene la
diminuzione del fabbisogno energetico che invece si verifica quando si perde massa magra che si
verifica quando per calare di peso si fa riferimento solo alla restrizione calorica. Ecco perché in
questo caso, pur mantenendo le stesse abitudini alimentari, non si perde più peso. Sia nel diabete di
tipo 1 che di tipo 2 è meglio dare la preferenza agli zuccheri complessi ad assorbimento lento
(amido) piuttosto cha a quelli semplici ad assorbimento rapido (glucosio e saccarosio); nel caso si
mangi qualcosa di realmente dolce è bene consumare della fibra che rallenta l’assorbimento degli
zuccheri. Da tenere presente che un pasto equilibrato deve prevedere il consumo del 50-55% di
carboidrati + 15-20% di proteine di origine animale + 20-25% di grassi, preferibilmente di origine
vegetale. Quanto all’apporto di vitamine e sali minerali, una alimentazione equilibrata tra alimenti
di origine animale ed animale è solitamente in grado di assicurare il necessario fabbisogno
dell’organismo.
Il sistema di scambio fra alimenti ed equivalenti
In una alimentazione corretta devono essere presenti i diversi principi nutritivi secondo proporzioni
predeterminate. Ciò richiede di far ricorso a più alimenti che devono combinarsi tra di loro in modo
che tutti i gruppi, descritti in altro articolo, siano adeguatamente rappresentati. Da tener presente
che ciascun alimento può essere sostituito da uno o più alimenti appartenenti allo stesso gruppo; è
altrettanto possibile la sostituzione fra elementi appartenenti a gruppi diversi purché presentino
contenuti simili di nutrienti (gruppo 3, cereali e derivati – gruppo 4 legumi). Questo perché i vari
cibi di ciascun gruppo possiedono le medesime caratteristiche nutrizionale e, di conseguenza, vi è
un apporto nutrizionale corrispondente. In questo caso ci troviamo di fronte al cosiddetto sistema
dello scambio tra alimenti che consente la pianificazione dei pasti seguendo i propri gusti e il
mantenimento del peso corporeo. Va da sé che per effettuare scambi corretti risulta necessario
conoscere la quantità di ciascun alimento che può essere consumato al posto di un altro adottando il
cosiddetto sistema degli equivalenti dove gli alimenti sono raggruppati in base al loro contenuto di
carboidrati. Al riguardo, non è difficile reperire apposite guide illustrative.

Una ricetta della salute

Penne con radicchio e ricotta: un piatto da 500 kcal
caratterizzato da una estrema semplicità ma, nello steso tempo, molto
gustoso. Diventa un pasto equilibrato aggiungendo una insalata verde
(condita con poco olio) e un frutto. Ricetta per 4 persone:
Ingredienti: 320 gr di pennette, ½ cespo di radicchio rosso, 30 gr di
cipolla, un pizzico di cannella in polvere (se gradita), 100 gr di ricotta
vaccina fresca, 20 gr di pomodori secchi, 2 cucchiai di olio extravergine
d’oliva, sale e pepe.
Preparazione: far rosolare nell’olio la cipolla; unire il radicchio
mondato e cuocere lentamente per circa 5 minuti. In una terrina
sciogliere la ricotta con la cannella, aggiungere un po’ dell’acqua della
pasta e lavorarla finché diventa una crema. Quando le pennette sono
cotte, scolarle e saltarle con il radicchio e un po’ di pepe. Disporre sul
fondo dei piatti la “crema di ricotta” adagiarvi sopra le pennette e
servire spolverando con i pomodori secchi tritati fini.
Valore nutrizionale per porzione: proteine gr 12; grassi gr. 9 (di cui
saturi gr 2,5) carboidrati gr 67; kcal 380; colesterolo mg 14.
(Preparazione dei pomodori secchi: scegliere i pomodorini di Pachino
stendendoli su un foglio di carta da forno e condendoli con sale e olio;
quindi fare essiccare in forno ad una temperatura di 85 °C.).

VIVERE MEGLIO CURANDO UN’ALIMENTAZIONE CORRETTA

Bisogna avere piena consapevolezza del fatto che il cibo influenza in modo significativo
la qualità della vita e l’efficienza fisica. Oggi disponiamo di una grande e affascinante
offerta alimentare, a cui si aggiunge una multietnicità figlia di una globalizzazione delle
culture ed una commistione tra le varie caratteristiche della cucina. Ma al di là del fascino
e del gusto, va tenuta presente l’opportunità di scegliere ciò che nel tempo non porti a
sviluppare disturbi e malattie metaboliche, cardiovascolari, obesità e altri fattori correlati
al colesterolo. È noto che mangiare troppo o male può portare al sovrappeso,
all’ipercolesterolemia, all’ipertensione arteriosa, ma anche al diabete e, quindi, al rischio
di malattie cardiovascolari. È necessario stare attenti anche ad un’alimentazione ricca di
grassi, che produce un eccesso di colesterolo nel sangue, accelerando la formazione di
placche sulle arterie che a loro volta ostacolano il flusso del sangue e, nei casi più gravi,
lo bloccano completamente. Ovviamente, questa alta concentrazione di colesterolo
cattivo (ipercolesterolemia) rappresenta un elevato fattore di rischio per l’insorgenza
delle malattie cardiovascolari. Convertirsi ad uno stile di vita virtuoso, introducendo
nell’alimentazione il consumo frequente di pesce, olio di oliva, frutta e verdure, cereali e
prodotti ricchi di fibra costituisce una significativa riduzione del rischio. Come già detto
in altri articoli di questo Notiziario, per ottenere migliori risultati accanto
all’alimentazione bisogna curare l’attività fisica quale pratica per mantenere il cuore in
salute. La sedentarietà, infatti, rappresenta una sorta di anticamera per le malattie
cardiovascolari e aumenta in modo significativo il rischio di avere un infarto. Allora:
mangiamo bene e mettiamo la vita in movimento!
L’importanza delle fibre nel contrasto alla colesterolemia
Affidarsi ad un’alimentazione più naturale possibile è un dato acquisito nella cultura
del nostro Paese, soprattutto nella parte occidentale. Partendo da questa base è
fondamentale prevedere dei cibi che soddisfino alcune condizioni, tra cui quelle
organolettiche, dietetiche e gastronomiche. Così il cibo deve fornire tutta la propria
forza procurando certamente piacere, ma anche benessere e salute. Allora un pasto
sano, gradevole e digeribile rappresenta il modo migliore per iniziare una giornata di
lavoro o di studio. Fino a qualche tempo fa, le diete venivano strutturate sul numero
totale delle calorie introdotte, sulla distribuzione delle stesse nel corso della giornata,
sulla percentuale delle proteine, dei grassi, degli zuccheri semplici e complessi.
L’aumento delle conoscenze ha portato i nutrizionisti a spostare l’attenzione sul
versante delle fibre alimentari e sulla specificità di alcune di esse, in particolare di
quelle “grezze”. Proprio questa fibra, attraverso l’alimento che la contiene
naturalmente, svolge un compito importante nella prevenzione della colesterolemia. È
importante sapere che le fibre grezze sono sostanze naturali di origine vegetale che
sono contenute nella frutta, nelle verdure, nel pane (meglio se integrale), nella pasta e
nei cereali in genere. In modo non del tutto esatto è opinione diffusa che le fibre
servano a combattere il disturbo della stipsi facilitando il transito intestinale. Nella
realtà le fibre svolgono numerose e più importanti funzioni nell’organismo, sia a livello
intestinale che a livello metabolico; così ogni tipologia di fibre svolge un ruolo
particolare, unico e preciso. Una buona abitudine al mattino è quella di mangiare un
frutto accompagnato da cereali integrali. Ma più in generale va tenuto presente che il
termine “dieta” non va tradotto in rinunce e/o mortificazioni alimentari. Un buon piano
alimentare deve basarsi su cibi che contengono elementi naturalmente funzionali per la
salute, che possano aiutarci a vivere meglio e, al tempo stesso, a essere gratificati: a
partire dall’importante pasto del mattino che, è bene ricordare, non va mai tralasciato.

DIABETE

L’attività fisica: perché e come è cura nel diabete

Nel diabete, l’esercizio fisico è parte integrante della terapia. Per questo deve essere gestito come
un farmaco: posologia, modalità di esecuzione, controlli…
L’attività fisica è una componente essenziale del benessere globale di qualsiasi persona, durante
tutta la vita: il suo svolgimento regolare riduce il rischio di malattia cardiovascolare, aiuta nel
controllo del peso, riduce i fenomeni di osteoporosi e la mortalità per cancro. Infine, migliora il
tono dell’umore e ha un effetto positivo sul benessere psicologico.
E nel diabete, quali sono vantaggi? È ampiamente dimostrato che l’attività fisica, attraverso i suoi
effetti positivi sulla sensibilità all’insulina, sul metabolismo del glucosio e sul mantenimento del
peso corporeo, previene l’insorgenza del diabete tipo 2. L’esercizio fisico regolare riveste, inoltre,
un ruolo determinante nel miglioramento del controllo metabolico e nel ridurre la mortalità
cardiovascolare nei soggetti diabetici.
Alla luce di tutto ciò, si può senz’altro dire che l’attività fisica è parte intergrante della cura del
diabete ma, essendo una “terapia”, è importante conoscere:
• quale tipo di attività fisica svolgere,
• come gestire i farmaci,
• quali controlli, prima e nel tempo, devono essere fatti.
Non possiamo, quindi, limitarci ad un semplice “muoversi un po’ di più”: certamente qualsiasi
aumento del movimento nello svolgimento delle attività fisiche quotidiane è positivo ma, per avere
un ruolo terapeutico vero e proprio, l’esercizio fisico deve essere gestito come un farmaco:
posologia, modalità di esecuzione, controlli…
Fino ad ora il consiglio alle persone con diabete di svolgere attività fisica, pur conoscendone i
grandi vantaggi, è rimasto un po’ generico, poco dettagliato e monitorato.
Far diventare l’attività fisica parte integrante del proprio “stile di vita” possiede un enorme
vantaggio: una volta superate le difficoltà iniziali (cambiare abitudini, trovare il tempo, fare
fatica…), lo svolgimento regolare aumenta il senso di benessere e quindi gratifica le persone e le
stimola a mantenerlo nel tempo.
Qual è l’attività fisica più indicata, nella persona con diabete?
Le attuali linee guida, al fine di migliorare il controllo glicemico, favorire il mantenimento di un
peso corporeo ottimale e ridurre il rischio di malattia cardiovascolare, consigliano lo svolgimento di
almeno 150 minuti/settimana di attività fisica aerobica di intensità moderata (50-70% della
frequenza cardiaca massima) e/o almeno 90 minuti/settimana di esercizio fisico intenso (sopra il
70% della frequenza cardiaca massima). L’attività fisica deve essere distribuita in almeno 3 giorni
alla settimana e non ci devono essere più di due giorni consecutivi senza attività.
Accanto all’attività fisica aerobica, in assenza di controindicazioni quali complicanze
cardiovascolari o della malattia o altre patologie, le persone con diabete di tipo 2 devono essere
incoraggiate a eseguire, 3 volte alla settimana, esercizio fisico contro resistenza (cioè ripetizioni di
esercizio, con piccoli pesi) per tutti i maggiori gruppi muscolari. L’esercizio andrà definito nei
dettagli con il diabetologo. Questo tipo di attività, approntata gradualmente soprattutto in persone
non allenate, si è dimostrata efficace nel facilitare l’attività aerobica, poiché favorisce il calo di
peso e lo sviluppo della massa muscolare.

Il controllo glicemico normalizza il rischio di ischemia

Uno studio pubblicato su ”European Heart Journal” ha confermato l’importanza di un buon controllo
glicemico per chi soffre di diabete per prevenire il rischio di ischemia. Lo studio ha preso in esame 205
pazienti reclutati al momento della diagnosi di diabete e un gruppo di persone altrettanto numeroso,
composto di soggetti non diabetici. A distanza di 20 anni i soggetti con un buon controllo glicemico
hanno mostrato un rischio di morte per malattia ischemica assai vicino a quello riscontrato nei pazienti
sani. Nei soggetti con un cattivo controllo glicemico la mortalità è quadruplicata. A ben ragione i
risultati confermano che un buon controllo del glucosio riduce notevolmente il rischio di complicazioni
coronariche nei pazienti malati di diabete.

Un’epidemia che aumenta i fattori di rischio nelle persone diabetiche

L’obesità è una malattia multifattoriale e cronica determinata da un accumulo di grassi in vari
distretti dell’organismo che oggi viene valutata attraverso il cosiddetto “indice di massa corporea”;
tale indice si ricava dividendo il peso del soggetto (in chilogrammi) per il quadrato dell’altezza (in
metri). I valori che si ottengono definiscono le varie condizioni; si è considerati nella normalità
quando il valore ottenuto oscilla tra il 18,5 e il 24,9; si è in sovrappeso tra 25,0 e 29,9. Si parla di
obesità di grado I (moderata) tra 30,0 e 34,9; quella di grado II (severa) tra 35,0 e 39,9; di III grado
(molto severa o grande obesità) sopra 40. Pur con qualche limite, tale sistema convenzionale è
uno strumento attendibile per la definizione del grasso, che nella donna si accumula nella zona dei
fianchi e gluteo-femorale, mentre negli uomini si addensa nella “cavità” addominale e tra i visceri
(quest’ultima alquanto pericolosa per la salute). L’obesità sta colpendo anche la popolazione dei
paesi meno sviluppati; per cui oltre alla diabesità si può parlare di globesità.
La letteratura scientifica indica che i soggetti con obesità viscerale superiore a 80-82 cm per le
donne o superiore a 94 cm per gli uomini, che presentano altre due complicanze, per esempio
pressione arteriosa sopra la norma (130/85 mm Hg), trigliceridi superiori a 150 mg/dl, sono definiti
pazienti affetti da Sindrome metabolica. Tale situazione rappresenta la principale causa di mortalità
per l’aumentato rischio cardiovascolare il quale comporta, come conseguenza, pesanti ripercussioni
di carattere socio-economico. Gli esperti valutano l’obesità come una grave patologia di salute
pubblica da prendere in grande considerazione prima che il problema diventi incurabile.
Dall’obesità, infatti, è molto difficile guarire, anche se è clinicamente gestibile. Non esistono diete
miracolose, ma è possibile mettere in atto un approccio interdisciplinare integrato volto a
modificare, nel lungo periodo, lo stile di vita basato su una alimentazione adeguata con l’aiuto,
possibilmente, di un supporto psicologico. L’opinione assai diffusa è che i soggetti obesi possano
migliorare il proprio stato mangiando meno e muovendosi di più. L’evidenza scientifica dimostra,
purtroppo, che in moltissimi casi l’obesità è attribuibile a fattori genetici. La restrizione calorica,
l’esercizio fisico e le modificazioni comportamentali costituiscono ancora il modello standard per il
trattamento dell’obesità. Tuttavia, la ricerca di base ha dimostrato che nella maggior parte dei casi
l’applicazione di uno dei tre provvedimenti, adottato singolarmente o in combinazione, non porta a
risultati positivi a lungo termine. Anzi, esistono alcuni casi di obesità in cui la carenza energetica su
base infiammatoria del tessuto adiposo sconsiglia sia l’introito sia la riduzione della spesa
energetica. Una terapia efficace nel trattamento dell’obesità implica, certamente, una perdita iniziale
del peso corporeo, ma il vero problema è il mantenere nel tempo il peso perduto.
Per concludere, nei soggetti a forte rischio si può ricorrere all’uso dei farmaci, dopo aver verificato
il fallimento del modello comportamentale.
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Diabete: alcuni consigli per migliorare lo stato di salute

Nei colloqui quotidiani avuti con diversi pazienti abbiamo notato numerose lacune in fatto di
autogestione del diabete. Per questo proponiamo alcuni semplici ma utili consigli da ricordare.
Mantenere e recuperare un peso ragionevole: il soprappeso, o peggio l’obesità, da sempre sono
considerati tra i principali fattori di rischio per le persone con diabete. Abbassare solo il 5% del peso
porta molti benefici, in particolare nel controllo della glicemia, della pressione arteriosa e dei grassi nel
sangue. I primi rimedi vanno trovati in una corretta alimentazione (non fai da te) ricca di fibre e a basso
indice glicemico e da una costante attività fisica. È importante che la perdita di peso in eccesso sia
graduale e a carico della parte grassa e non di quella muscolare. Così come è importante ricordare che
le diete troppo restrittive che portano ad una rapida perdita di peso sono destinate al fallimento (il
cosiddetto effetto yo-yo) se non sono accompagnate da un regolare esercizio fisico per preservare la
fascia muscolare.
Distribuire i pasti nella giornata: diversi studi hanno dimostrato che consumare pasti piccoli e
frequenti producono risultati migliori per controllare la glicemia e il colesterolo piuttosto che assumere
la stessa quantità di cibo in due soli pasti abbondanti. La raccomandazione (che vale per tutti) è di non
saltare i pasti e per le persone con diabete è bene non saltare la colazione, fare lo spuntino a metà
mattinata e la merenda pomeridiana; solo in alcuni casi e almeno a distanza di due ore dopo una cena
leggera è possibile assumere uno piccolo spuntino prima di andare a letto. L’assunzione frequente di
cibo suggerisce di mantenere una buona igiene orale per evitare la fermentazione di residui a contatto
con i denti.
I principali costituenti dei pasti: notoriamente i cereali costituiscono una base importante dei pasti
principali; sono consigliabili porzioni moderate da accompagnare al consumo di verdura e frutta. Molto
consigliato il ricorso ai cosiddetti piatti unici a base di cereali o di legumi (pasta e fagioli, minestre
d’orzo o di riso) che recuperano la quota proteica nell’economia del pasto completo. La frutta secca
oleosa (mandorle, arachidi, anacardi, pinoli, pistacchi …) contiene proteine di buona qualità che
possono sostituire in modo misurato (o integrare quella dei cereali). I cibi animali sono considerati
quale alternativa ai legumi con una sicura preferenza per il pesce. Quanto alle uova si può liberamente
consumare il bianco, magari per buone frittate con verdure. Riguardo alle carni sono da preferire quelle
bianche per evitare il deposito di ferro contenuto in quelle rosse.
I grassi o lipidi: quelli saturi risultano dannosi per le arterie e tendono ad alzare il colesterolo nel
sangue. La loro presenza è segnalata nelle carni bovine e nel latte e suoi derivati. Quelli monoinsaturi
non danneggiano le arterie e non modificano il livello di colesterolo. Di solito sono contenuti nei cibi
vegetali e nell’olio d’oliva e sono consigliati per il diabetico. I grassi polinsaturi abbassano il
colesterolo, soprattutto se utilizzati insieme all’assunzione di alimenti ricchi di fibra. Si trovano nei cibi
vegetali e negli oli di semi che però presentano alterazione se fritti o conservati male. Tra i cibi animali
fa eccezione il pesce che presenta un elevato contenuto di acidi polinsaturi particolarmente protettivi: i
cosiddetti acidi grassi omega-3. Un’altra categoria, alquanto pericolosa, sono i cosiddetti trans (solidi
a temperatura ambiente) che si trovano negli oli usati per friggere e nelle catene di fast-food. Il loro
consumo tende ad aumentare il colesterolo LDL (colesterolo cattivo) a scapito di quello buono HDL.
I carboidrati: rappresentano i principali principi nutritivi da cui ha origine il glucosio. La loro quota di
consumo giornaliero è prevista tra il 50 e il 60%, meglio se si preferiscono quelli complessi e a indice
glicemico meno elevato (pasta, avena, orzo, pane (meglio poco e integrale) magari arricchito con
chicchi di soia, di avena o di orzo. Negli anziani il loro consumo deve essere contenuto (rispetto ai
giovani) perché presentano un consumo energetico inferiore. Gli zuccheri semplici vanno limitati a
quelli già presenti negli alimenti, mentre andrebbero evitati gli alimenti con zucchero aggiunto
(sciroppi, caramelle, marmellate e soprattutto le bibite zuccherate).
Fibra alimentare: si trova solo nei cibi vegetali ed è fondamentale per il controllo del peso corporeo e
della glicemia; da preferire quella solubile presente maggiormente in orzo e avena, nei carciofi,
melanzane, puntarelle e cicoria, nelle prugne, cotogne e pesche. Una buona abitudine è consumare
almeno tre-quattro volte la settimana una porzione di legum,i e tutti i giorni –in più pasti– porzioni di
verdure crude e cotte. Anche la frutta apporta una discreta quantità di fibra, anche solubile e meglio
non matura (da evitare fichi, banane, datteri, uva, cachi e frutta tropicale).
Indice glicemico: esprime la differente velocità con cui i carboidrati assunti elevano la glicemia;
l’indice di ciascun cibo è rapportato a quello di una pari quantità di carboidrati in cui tale indice è
convenzionalmente posto a 100 (di solito il pane bianco).
Carico glicemico: è un parametro ancora più importante e si ottiene moltiplicando la quantità di
carboidrati contenuti in un alimento per il rispettivo indice glicemico. Si considera alto un carico
glicemico superiore a 20, medio da 11 a 19, basso sotto 10. Per mantenere i livelli ottimali è, dunque,
importante fornirsi delle relative tabelle (in libreria o internet) in modo da poter scegliere tra quelli di
minor carico rispetto alle proprie preferenze.
Sale: questo alimento, come è noto, contiene sodio il quale favorisce l’ipertensione peggiorando la
funzionalità renale. Vanno pertanto evitati cibi insaccati e inscatolati, conserve in salamoia o sott’aceto;
opportuno ridurre la salatura dell’acqua di cottura. Buona abitudine è evitare di mettere la saliera a
tavola. È giusto ricordare che è abbastanza facile rieducare il proprio gusto con cibi meno salati tanto
da farli sembrare, in poco tempo, nuovamente saporiti come in precedenza.

“IL MOVIMENTO È VITA”
Un progetto della Sardegna contro obesità e diabete

Un interessante progetto sperimentale contro l’obesità e diabete per i ragazzi di prima media è stato
messo a punto dall’Assessorato alla Sanità della Regione Sardegna . Si chiama “Movimento è
vita” e prevede tre ore in più di educazione fisica a scuola e due anni di attività strutturata. Con tale
iniziativa s’intende sensibilizzare una larga parte dell’opinione pubblica sarda, adulta e
giovanissimi, sull’importanza che una pratica una costante attività fisica e di una sana alimentazione
possa notevolmente contribuire ad abbassare il pericolo dell’insorgenza di obesità, sovrappeso ed
evitare/ritardare l’esordio di gravi patologie come il diabete e disturbi cardiovascolari. Nel Progetto
sono stati volutamente coinvolti direttamente i bambini curiosi di conoscere i giusti equilibri tra
carboidrati, proteine e zuccheri.
Nel dettaglio, il progetto, che si avvale della collaborazione del Coni, di enti di promozione
sportiva, di società e federazioni sportive, degli enti locali (Comuni e Province), è articolato in due
fasi principali, una rivolta alla popolazione prediabetica, in sovrappeso e obesa, l’altra agli scolari.
Per la prima parte del piano, il progetto prevede un intervento su un campione di soggetti (tra i 600
e i 900) su base volontaria in un Centro Endocrino-metabolico. Il Piano è articolato 2 anni di attività
fisica strutturata da svolgersi tre volte la settimana per tutto l’anno, prescritto dallo specialista in
Medicina dello sport della Asl ed eseguito da laureati in Scienze motorie. L’intervento sarà
realizzato attraverso l’istituzione di una equipe di medicina dello sport composta dal medico dello
sport, dal diabetologo-endocrinologo, dall’igienista e o nutrizionista, dal laureato in scienze motorie
e dallo psicologo. L’obiettivo è trasmettere ai soggetti selezionati (diabetici, obesi, soprappeso) le
abilità, le competenze e le capacità per svolgere e fare svolgere un’attività fisica consona al
recupero delle funzioni cardiometaboliche, articolari e motorie per ridurre la progressione
dell’alterazione metabolica e dell’incremento ponderale e migliorare la qualità della vita.
L’altra parte de “Il movimento è vita”, inserito nel Piano regionale di Prevenzione 2010-2012, è
esteso a tutto il territorio regionale e mira a incrementare il livello di attività fisica nella popolazione
scolastica per almeno altre 3 ore settimanali oltre alle due ore curricolari già previste. Obiettivo
primario è aumentare la capacità del sistema scolastico di utilizzare l’esercizio fisico a fini
preventivi dell’obesità e del sovrappeso e come esempio di stile di vita salutare.
Il Progetto di intervento parte dalla scuola attraverso la formazione degli insegnanti che avranno poi
il compito di educare, anche culturalmente, i giovani all’importanza della pratica dell’attività fisica.
L’intervento sarà realizzato attraverso la collaborazione di un’equipe di Medicina dello sport
formata, oltre che dal medico dello sport, anche dal nutrizionista e dallo psicologo.
La formazione degli insegnanti di educazione fisica sarà compito degli specialisti in medicina dello
sport e nutrizione e sarà effettuata attraverso corsi e/o seminari. Gli insegnanti di educazione fisica
e/o i laureati in scienze motorie prepareranno idonei programmi di attività motoria da svolgere
all’interno della scuola.
Un’esperienza veramente positiva che meriterebbe di essere replicata anche nelle cosiddette
“Regioni evolute”.

La somministrazione: un gesto quotidiano da svolgere con la necessaria
accuratezza
EFFICACIA E TIPOLOGIE DELLE INSULINE

Altre volte ci siamo occupati dell’argomento affrontando alcuni aspetti della tecnica e delle
norme igieniche cui attenersi nell’uso dell’ago. Con questo articolo vogliamo fornire alcuni
elementi da seguire quando si passa all’iniezione dell’insulina. Sappiamo che l’annuncio del
Diabetologo che prescrive per la prima volta questa somministrazione determina qualche
“sbandamento” nel paziente, conscio che questo passaggio comporterà alcuni
condizionamenti e limitazioni nella sua quotidianità.
Da parte del Team Diabetologico è quindi richiesta una certa “delicatezza” ed attenzione nel
momento in cui il paziente viene «introdotto» a detto trattamento. Anche per renderlo
conscio che l’insulina ha trasformato il diabete da malattia mortale a malattia gestibile, in
quanto consente di raggiungere e mantenere una concentrazione ottimale del glucosio nel
sangue (glicemia). Una glicemia troppo bassa (ipoglicemia) risulta dannosa a carico del
cervello, che reagisce ponendo in essere alcuni lampeggianti, quali sudorazione, senso di
sbandamento, tremori, irritazione e nervosismo. Viceversa, l’eccesso di glucosio nel sangue
(iperglicemia) porta a stati di disidratazione, sopore, coma diabetico; inoltre, un eccesso
prolungato nel tempo danneggia le arterie e i capillari aumentando il rischio cardiovascolare
e influendo pesantemente su alcune patologie specifiche (retinopatia, nefropatia, neuropatia,
disfunzione sessuale). Un buon compenso glicemico, ovviamente, riduce e allontana tali
fattori di rischio. L’assunzione di insulina tende a mimare le funzioni del pancreas; le dosi
sono suddivise in Unità (internazionali) con un fabbisogno e un numero di iniezioni che varia
da persona a persona a seconda della sua insulinoresistenza, dell’esercizio fisico praticato e,
più in generale, dello stile di vita condotto: dunque, una terapia standardizzata per tutti non
esiste. Tecniche molte avanzate consentono oggi di riprodurre perfettamente l’insulina
umana e di modificarla, come accaduto per i cosiddetti “analoghi”, in modo da regolarne la
durata di azione cioè il momento in cui il farmaco inizia il suo effetto. Anche in questo caso i
tempi indicati hanno margini di variazione soggettive. Vediamo le tipologie:
§ analoghi dell’insulina ad azione ultrarapida. Fanno effetto subito ed esprimono la loro
forza massima da 1 a 3 ore dopo l’assunzione;
§ insuline umane ad azione rapida. La loro azione inizia dopo 30 minuti circa ed il picco si
raggiunge entro le successive 3 ore, mentre l’efficacia si esaurisce dopo le 5-6 ore;
§ insuline umane ad azione intermedia. Agiscono dopo 2-3 ore dalla somministrazione con
un picco entro le 4-6 ore, terminando nelle 8-12 successive;
§ insuline umane ad azione lenta. Solitamente vengono utilizzate per la ‘copertura’
notturna ed iniziano ad agire entro le 4 ore. Estendono la loro azione per 6-8 ore ed
oltre;
§ analoghi dell’insulina ad azione lenta. Viene detta anche Gargline; la sua
caratteristica è di non presentare i “picchi” e, quindi, la sua concentrazione nel sangue
rimane stabile anche 24 ore. È opportuno monitorare la glicemia più volte al giorno
segnalando al Diabetologo gli eventuali valori contraddittori di iper o ipoglicemie.
L’USO DELLA PENNA

Soglie consigliate per mantenere un buon compenso: quando
conoscere e misurare diventa moderazione

Nella nostra attività quotidiana di vita associativa e tra gli amici la domanda ricorrente riguarda la
soglia dei valori oltre i quali si entra nell’orbita della patologia diabetica. Nella maggior parte dei
casi le persone scoprono di avere il diabete grazie al test della glicemia inserito in altri esami
richiesti per altre tipologie di indagini. Secondo la letteratura corrente due valori anche di poco
superiore a 126 mg/dl porterebbero il soggetto ad essere “classificato” come diabetico. Certo,
prima di una sentenza definitiva vanno verificate alcune condizioni, perché il valore rilevato è
collegato a diversi fattori ed è opportuno essere prudenti senza creare inutili allarmismi. Però
qualche segno di pericolo si è manifestato e allora occorre ripetere il test a digiuno.
Tradizionalmente si è sempre effettuato il cosiddetto esame “perfetto” al fine di rilevare le
alterazioni che intervengono bevendo un bel bicchierone di acqua con circa 75 gr di zucchero in
essa sciolto. In questa circostanza la glicemia viene misurata prima e poi più volte nelle ore
seguenti. Se dopo due ore la glicemia si presenta compresa tra i 140 e i 200 mg/dl si parla di ridotta
tolleranza ai carboidrati; sopra il limite di 200 si parla di diabete vero e proprio. In ogni caso, al di
là delle diverse interpretazioni di questi valori, in casi del genere si può intravedere una situazione
di «pre-diabete» (definizione americana) o, comunque, di ‘anticamera del diabete’, alla quale è
opportuno prestare la doverosa attenzione cominciando a rivedere il proprio stile di vita.
Parlando delle persone con diabete, invece, quanti sanno quali sono i valori entro cui mantenersi
per ottenere una buona emoglobina glicata, che allontana sicuramente il sopraggiungere delle
cosiddette complicanze diabetiche? Normalmente una persona non diabetica presenta valori sotto
la soglia del 6%; per un diabetico è importante mantenersi al di sotto del 6,5-7% anche se è
corretto interpretare questi valori personalizzandoli. Un diabetico consapevole deve possedere le
conoscenze necessarie sui valori definendo una strategia di rientro nel caso di limiti elevati. In un
altro articolo di questo Notiziario abbiamo parlato dell’importanza di utilizzare glucometri che
consentono di trasferire i dati sul Personal Computer; attraverso la lettura e l’interpretazione dei
grafici il paziente e il medico, fotografano il punto di partenza, per poi stabilire degli obiettivi da
raggiungere attraverso un tracciato chiaro, realistico e condiviso. Questo percorso si deve inserire
in una cultura del miglioramento; in particolare il paziente deve riconsiderare alcune abitudini di
vita prendendo il controllo della propria patologia. Inoltre, le misurazioni devono condurlo ad una
moderazione, imparando ad usare la libertà (la delega del Diabetologo) per recuperare uno stile di
vita sano, per compiere tutte quelle scelte che possono portare al rispetto del proprio corpo e non
essere così di peso agli altri componenti della famiglia. Pubblichiamo di seguito una tabella
indicativa dei valori glicemici correlati ai risultati dell’emoglobina glicata.
Valori glicemici medi Valori glicata Secondo gli Standard di Cura
definiti recentemente dalle
Associazioni dei Medici
Diabetologi A.M.D. e S.I.D., una
persona con diabete deve
sforzarsi di mantenere i valori
della glicemia a digiuno tra i 90 e
i 130 mg/dl e quelli postprandiali
al di sotto di 170-180 mg/dl.
Glicemia media di 135 mg/dl 6%
Glicemia media di 170 mg/dl 7%
Glicemia media di 205 mg/dl 8%
Glicemia media di 240 mg/dl 9%
Glicemia media di 275 mg/dl 10%
Glicemia media di 310 mg/dl 11%
Glicemia media di 345 mg/dl 12%

SALUTE

L’Autocontrollo

Oggi possibile realizzare l’autocontrollo attraverso i nuovi strumenti che la tecnologia farmaceutica ci
mette a disposizione.
Un esempio tipico nel caso del diabete è il glucometro, strumento che permette di controllare a casai
livelli giornalieri di glicemia.
Addirittura, gli ultimi modelli non richiedono più la calibrazione preliminare dello strumento. La
reazione più comune si ottiene accostando semplicemente l’estremità della striscia al campione di
sangue che, per capillarità, viene aspirato automaticamente dal sensore al suo interno. Già dopo pochi
secondi è possibile leggere il risultato sullo strumento.
Ma attenti! Autocontrollo non significa assolutamente “mi posso curare da solo”, altrimenti si corre il
rischio di fare degli errori con conseguenze anche gravi, come una ipoglicemia pericolosa o, peggio
ancora, livelli molto elevati di glicemia in alcune ore del giorno, con gravi effetti nel tempo,come lo
sviluppo di complicanze del diabete. La maggior arte degli strumenti ha la possibilità di conservare in
memoria le glicemia con data e ora; però è molto meglio scrivere i risultati su un diario o, se possibile,
con sistemi computerizzati. In questo modo, non solo si ha una visione immediata di quanto è
avvenuto, ma si possono annotare delle situazioni o eventi particolari che aiutino a capire possibili
variazioni inattese della glicemia.
Perché è importante controllare la glicemia
Leggendo l’andamento della glicemia scritta sul diario si
può:
• assumere la terapia in maniera corretta (specie l’insulina)secondo le necessità, cercando di adattarle
anche alle esigenze individuali;
• imparare a correggere errori di vario tipo (alimentari,orario di iniezione dell’insulina, effetti
dell’attività fisica,ecc.);
• poter affrontare situazioni impreviste;
• migliorare il controllo metabolico.
Come fare il prelievo della goccia di sangue per misurare la glicemia
Inizialmente molte persone potevano presentare delle difficoltà nel doversi pungere le dita per ottenere
la goccia di sangue necessaria per misurare la glicemia.
Questo problema è stato risolto facilmente con l’utilizzo di un dispositivo semplice per prelevare la
goccia di sangue(pungidito).
Le punte utilizzate per bucarsi il dito sono affilate con sistemi molto sofisticati e lo stesso pungidito
può essere regolato per adattarlo al tipo di pelle e alla sensibilità di
ognuno. È meno doloroso pungere il polpastrello sulle zone laterali perché in questo punto la pelle è
meno sensibile. Prima di pungere il dito è bene lavarsi le mani con acqua
tiepida o strofinare vigorosamente le dita e, poi, tenere sotto pressione il polpastrello da pungere,
utilizzando il pollice della stessa mano per favorire l’afflusso di sangue.
Attualmente sono disponibili alcuni sistemi che offrono la possibilità di scegliere un sito praticamente
indolore, diverso dal polpastrello (braccio).
Come procedere alla misurazione
L’apparecchio di lettura della glicemia va tenuto sempre pulito e in efficienza facendo frequenti
controlli della calibrazione (ogni apparecchio ha un sistema di calibrazione
adeguatamente descritto nelle istruzioni).
Le strisce per la lettura vanno conservate al riparo da temperature molto elevate (come il bagagliaio
dell’auto, esposte al sole, in vicinanza dei fornelli, ecc.), da temperature
basse (frigorifero, clima rigido) e dall’umidità (confezione lasciata aperta, effetto diretto dell’acqua,
ecc.).
La glicemia non è stabile
I valori della glicemia non sono stabili durante le ore della giornata, ma variano in rapporto a varie
situazioni.
Per questo il controllo della glicemia fatto solo al mattino a digiuno non è corretto, anche se purtroppo
molte persone ancora si regolano in questo modo sbagliato.
Vediamo ora alcuni esempi di situazioni in cui i valori dellaglicemia aumentano:
• dopo i pasti (proporzionalmente al loro contenuto in calorie
e, in particolare, di zuccheri);
• in presenza di stress (interventi chirurgici, incidenti, ecc.);
• durante episodi di febbre da cause diverse;
• durante terapie con alcuni farmaci (per esempio il cortisone);
o diminuiscono:
• in seguito ad attività fisica (grandi pulizie di casa, sport non programmato, lavoro muscolare intenso
non abituale, ecc.);
• per assunzione doppia o in quantità errata, per distrazione o dimenticanza, di medicinali utilizzati per
la cura del diabete (ipoglicemizzanti orali);
• scambio di insulina (insulina rapida al posto di una ad effetto ritardato);
• errore di dosaggio di insulina (scambio tra la dose del mattino e quella del pranzo);
• assunzione di alcolici o superalcolici in quantità non moderata;
• salto o riduzione eccessiva di un pasto senza una adeguata modifica della terapia ipoglicemizzante.
Per tutte queste ragioni l’autocontrollo risulta uno strumento insostituibile per identificare le cause dei
problemi sopra descritti, correggerli e, quindi, per migliorare la qualità della vita delle persone
diabetiche.
Quando eseguire il controllo della glicemia
Il controllo della glicemia va fatto al mattino a digiuno, prima dei pasti e 2 ore dopo i pasti, con una
frequenza variabile in rapporto al tipo di diabete e al trattamento.
Diabete tipo 1
La glicemia va controllata prima di colazione, pranzo e cenae 2 ore dopo ciascuno dei 3 pasti. Talora è
anche utile qualchecontrollo a tarda sera, prima di dormire e, qualche volta,anche durante la notte (tra
le 2 e le 3) in caso di ripetute ipoglicemie notturne. Solitamente viene consigliato uno schema a
scacchiera, come indicato nell’esempio che segue:
Digiuno
Due ore dopo colazione
Prima di pranzo
Due ore dopo pranzo
Prima di cena
Due ore dopo cena
Prima di dormire
Notte
Lun X X X
Mar X X X X
Mer X
Gio X X X
Ven X X X
Sab X X
Dom X X
In caso di febbre, i controlli glicemici vanno intensificati. Inoltre, va fatta anche la ricerca della
chetonuria e della chetonemia in caso di febbre elevata e se vi è un consistente e costante incremento
della glicemia per molte ore. In presenza di sintomi come tremori, sudorazione profusa, palpitazioni,
improvviso senso di fame e di spossatezza va controllata subito la glicemia che potrà confermare il
sospetto
di ipoglicemia.
A digiuno e prima dei pasti 80-120 mg/dl
Due ore dopo i pasti 120-160 mg/dl
Diabete tipo 2 in trattamento insulinico
In caso di 3-4 iniezioni al giorno (terapia intensiva) l’autocontrollo non differisce da quello del
diabetico di tipo 1.
La frequenza delle misurazioni può essere ridotta se il trattamento insulinico è attuato con 1 o 2
iniezioni al giorno, anche in associazione con le compresse di ipoglicemizzanti
orali.
Se vengono modificate le abitudini di vita, i controlli devono essere più frequenti.
Diabete tipo 2 in terapia orale
Abitualmente, dopo l’impostazione e il controllo del periodo iniziale, questi pazienti non presentano
brusche variazioni della glicemia, per cui può bastare un profilo glicemico
effettuato con 5-7 controlli nei vari orari (come suggerito per il diabetico tipo 1) effettuato ogni 8-15
giorni. Solo durante e dopo attività fisica o dopo l’assunzione di
cibi abitualmente non consumati e ricchi di calorie vanno
eseguiti controlli supplementari.
Diabete tipo 2 in trattamento con sola dieta
Possono bastare 1 o 2 controlli alla settimana, a digiuno e/o 2 ore dopo il pasto principale. Solo se
compaiono sintomi come, per esempio, urinare
abbondantemente, specie di notte, o in caso di perdita di peso inspiegata, va sospettato un aumento
della glicemia e vanno eseguiti controlli supplementari.
Glicosuria
Il controllo della glicosuria ha perso attualmente molta importanza per la diffusione, semplificazione e
per la migliorata efficienza degli strumenti di lettura della glicemia
capillare. Il suo uso resta limitato a persone in difficoltà o mpossibilitati a eseguire i controlli della
glicemia.
L’educazione all’autocontrollo è uno dei compiti del team diabetologico. Dopo uno o, meglio, più
interventi di questi specialisti, le persone con diabete devono essere in grado
di comportarsi come viene descritto nella tabella successiva.
È sempre opportuno controllare con il team della struttura diabetologia lo strumento e verificare la
correttezza della procedura usata per fare l’autocontrollo.
Sapere Saper fare Saper essere
• Il significato di
– Glicemia
– Glicosuria
– Chetonuria
– Emoglobina glicata
• Soglia renale per il glucosio
• I valori normali della glicemia
• La strutturazione di un profilo glicemico
• Raccogliere un campione delle urine in un tempo determinato
• Maneggiare, conservare, interpretare le strisce reattive
• Interpretare una scala colorimetrica
• Usare il reflettometro
• Calibrare il reflettometro
• Saper controllare i valori glicemia a orari prestabiliti
• Eseguire un profilo glicemico
• Raccogliere, organizzare e interpretare dati: diario di autocontrollo
• Descrivere, nel diario di autocontrollo, tutto ciò che può influire sulla variazione dei valori glicemici
• Intervenire sull’ipo/iperglicemia con modificazioni dello stile di vita o della variazione della dose di
insulina.
• Essere disponibile alla collaborazione
• Essere consapevole della propria potenzialità come artefice del proprio benessere
• Essere consapevole dell’importanza della determinazione della glicemia capillare che permette di
comprendere di più l’andamento del proprio profilo glicemico e, mantenendo alta la sorveglianza, aiuta
a prevenire ipo/iperglicemie.

Conviene misurare la pressione! Alcuni consigli semplici e pratici

La risposta è affermativa, e riguarda soprattutto le persone che sanno di essere ipertese e per le
quali è opportuno procedere all’automisurazione della pressione sanguigna. Questa pratica è
fondamentale per tali soggetti per verificare l’efficacia del trattamento, considerando che circa il
30% degli ipertesi in terapia farmacologica non raggiunge un buon controllo della pressione.
Secondo recenti studi statistici l’automisurazione è una buona abitudine in generale, in quanto
consente di verificare l’ipertensione anche in chi non sa di averla.
Ma come procedere senza entrare nella “spirale” dello stress psicologico della misurazione
continua o, viceversa, vivere con assoluta indifferenza, non misurandola mai? Un medico attento
suggerisce, all’inizio della terapia, due misurazioni al giorno, che possono diventare settimanali
qualora si dimostri che il trattamento in corso sembra funzionare.
Un altro aspetto cui fare attenzione sono le mutate condizioni ambientali. Trovarsi ad una certa
altitudine, o il cambiamento sensibile della stagione, sono situazioni che richiedono una verifica. A
questo punto sorge spontanea la domanda: come procedere all’automisurazione? Lo
sfigmanometro del medico non è di facile uso, oltretutto è necessaria la presenza di una persona
che sappia usarlo. Inoltre, lo strumento sta andando fuori mercato a causa della presenza, ormai
vietato. È quindi opportuno optare per gli strumenti automatici (cosiddetti elettronici) con il
dispositivo a bracciale. Questi ultimi sono da preferire a quelli da polso, con i quali è più facile
incorrere in errori di misurazione. Infine, conviene fare più misurazioni nelle medesime
condizioni, preferibilmente a riposo o a intervalli di cinque minuti a riposo, facendo poi una media
dei valori ottenuti.

Il valore dell’automonitoraggio per tenere sotto controllo la pressione

E’ possibile raggiungere un buon controllo della pressione attraverso un automonitoraggio
domiciliare? Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Lancet, gestire il monitoraggio da soli è
possibile ricorrendo al tele monitoraggio a distanza dopo aver imparato a misurare correttamente la
pressione e trasmettendo i dati telematicamente al medico. Al paziente, secondo un piano concordato
preventivamente, veniva delegata anche la possibilità di aumentare le dosi del farmaco o di
aggiungerne di nuovi qualora i valori risultassero superiori alla soglia prestabilita (almeno 5 volte in
un mese). Se anche in quest’ultimo caso i valori fossero rimasti sopra detta soglia, ovviamente si
tornava dal medico per una rivalutazione della terapia. Stando, comunque, ai dati ottenuti dalla ricerca
dopo 6 mesi la delega al paziente ha sortito risultati positivi, portando a -20 mm/Hg la pressione
riscontrata dal “fai da te”. Vedremo adesso quali sono i vantaggi di tale pratica. Prima di tutto il
medicoviene in possesso di un gran numerosi dati ed è quindi in grado di giungere a delle valutazioni
più affidabili rispetto alle letture sporadiche; dal canto suo il paziente si sente maggiormente coinvolto
nell’aderire alla terapia ed è più attento. Non solo, ma viene a determinarsi un circuito virtuoso che
può portare il medico ad assegnare al paziente un limitato margine di decisione nell’aggiustamento
della terapia conseguente alle letture. E’ evidente che il grado di libertà non è valido per tutti ma va
concesso a pazienti consapevoli e responsabili e va valutato caso per caso prima di introdurre “mano
libera” come pratica clinica comune. Di contro l’automonitoraggio ben fatto e la trasmissione dati al
medico viene consigliato a tutti.

La complessità della gestione del rischio cardiovascolare e dell’affollamento terapeutico con le
eccessive prescrizioni

È risaputo che essere affetti da diabete aumenta di per sé il rischio cardiovascolare (CV), così come
l’ipertensione e l’ipercolesterolomia sono importanti fattori di rischio assieme all’abitudine al fumo.
Dunque, per chi ha il diabete le malattie CV sono la causa più importante di morte e di invalidità.
Primo obiettivo del medico e soprattutto del paziente è prevenirle ed è, pertanto, importantissimo
conoscere e riconoscere tutti i fattori di rischio al fine di trattarli in maniera precoce. Siamo cioè di
fronte a malattie multifattoriali determinate dalla coesistenza di più fattori di rischio che vanno
combattute sinergicamente. Quindi, non serve a molto avere un’ottima emoglobina glicosilata se si ha
300 di colesterolo o una pressione arteriosa non controllata. Così come il Diabete, anche la pressione e
il colesterolo alti possono essere considerati malattie croniche. Potremo dire che come non ci
sogneremmo di sospendere l’insulina, allo stesso modo non dobbiamo sospendere il farmaco per il
colesterolo e per la pressione quando i valori sono rientrati nella norma. La continuità dell’assistenza
sanitaria per il paziente diabetico con una o più cronicità dovrebbe essere principalmente sorvegliata
dal Medico di Medicina Generale che, per le caratteristiche del suo ruolo, è la figura professionale più
accreditata, in collaborazione con i vari specialisti; ove necessario deve sovrintendere i progressi
relativi al recupero funzionale delle varie patologie. Infine, il suo compito è seguire il miglioramento
per ottenere la maggiore efficacia del trattamento sia dal punto di vista dell’ottimizzazione della
terapia, sia dell’efficacia. Essendo il Diabete una patologia multifattoriale, diversi sono gli specialisti
che lo devono affiancare. Accanto alle difficoltà di trasferire nella pratica quotidiana i risultati di grandi
studi clinici, esiste pure la necessità di un accordo sostanziale dei pazienti. La convergenza sulle
strategie da usare e sugli obiettivi da raggiungere richiede la migliore conoscenza possibile dei
problemi clinici. Se per i medici lo strumento corretto è quello della formazione e dell’aggiornamento,
per i pazienti l’unica consapevolezza possibile dipende dalla capacità di comunicazione del medico.
Correttezza professionale, onestà intellettuale e abilità a informare, rappresentano virtù indispensabili
per ottenere la convinta adesione dei pazienti, cioè la cosiddetta concordance.
L’eccesso delle prescrizioni
È sicuramente da considerare il problema “dell’affollamento terapeutico” quale conseguenza
dell’eccessiva prescrizione dei farmaci. Nella patologia vascolare, più frequente nell’età avanzata,
l’associazione di più malattie comportano l’utilizzo di politerapie farmacologiche, talora difficilmente
accettabili. Infatti, ripetuti studi dimostrano come il precoce abbandono dei farmaci, compresi quelli a
giudizio del medico indispensabili, sia dovuto o alla mancanza di dialogo tra paziente e personale
sanitario o all’eccesso di terapie fino al “fai da te”. In particolare nella cura dell’ipertensione arteriosa
frequentemente il paziente modifica le dosi arbitrariamente per mancanza di informazioni e di consigli
che induce modifiche nella cura in modo non appropriato.
Nasce allora la necessità di un approccio farmacologico rapportato al clima di risorse limitate. In
presenza di più patologie la scelta dei farmaci dipende, oltre che dall’efficacia, anche dal loro costo. In
particolare, vanno ricordati quattro criteri economici che influiscono sull’utilizzo di un farmaco: 1) il
grado di rimborsabilità il cui impiego va rapportato alla capacità di spesa del paziente; 2) il prezzo di
acquisto: anche se totalmente rimborsabile da Servizio Sanitario Nazionale, ha un prezzo più elevato di
altri farmaci utilizzabili in sostituzione. 3) il punto di vista di chi sostiene il costo economico. Deve
essere tra l’altro considerato il costo sanitario totale e non soltanto il prezzo del singolo farmaco. 4)
l’interrelazione tra il costo della terapia farmacologica e gli altri costi sanitari che accompagnano il
trattamento.
La continuità assistenziale
Il frequente ricorso al Pronto Soccorso, l’elevata percentuale di riospedalizzazione, sono la
conseguenza di una continuità assistenziale e di un follow-up inadeguati. I pazienti con patologie
croniche richiedono interventi coordinati rivolti alle diverse fasi della malattia e ad un ? accesso diretto
ai servizi sanitari. La cronicità deve essere gestita come un unico episodio longitudinale e non come
assistenza agli eventi contingenti.

FARE PREVENZIONE: ALLA BASE DELLA SALUTE E DEL BENESSERE

Molti anni addietro l’Organizzazione Mondiale della Sanità definiva la salute come “uno stato
completo di benessere fisico, mentale e sociale”. Questa concezione rimane un obiettivo ancora
attuale il cui successo, più che mai, è legato alla capacità e qualità di prevenzione che riusciamo ad
attuare, sia a livello di singoli che di comunità. Prevenire è meglio che curare! Quante volte ce lo
siamo sentito dire e a nostra volta lo abbiamo ripetuto. Ma quando è il momento di farlo ce ne
dimentichiamo, convinti che per ogni situazione di malessere esista una terapia. Ma non sempre è
così perché quando arrivano le malattie spesso non ci sono rimedi disponibili oppure, se ci sono,
non risultano risolutivi. Molte Associazioni si spendono per informare e sensibilizzare l’opinione
pubblica su alcune regole per evitare l’insorgenza di diverse patologie. In particolare, quelle
impegnate nel contrastare al diabete diffondono informazioni mirate e scelgono il territorio per
illustrare i vantaggi che si possono ottenere in termini di qualità della vita adottando delle buone
abitudini. Ma anche il Sistema Sanitario potrebbe avvantaggiarsi dedicano risorse alla ricerca se
solo si acquisisse la prevenzione come bagaglio culturale di ogni persona. Non c’è dubbio che il
percorso verso il benessere inizia dalla nascita e non termina mai, perché anche da anziani è
possibile fare prevenzione. È noto che per un sviluppo sano ed equilibrato del nascituro è opportuno
che la futura mamma adotti comportamenti adeguati, evitando il fumo e l’uso di alcolici e seguendo
una buona alimentazione. Ma se le buone abitudini in gravidanza sono il modo migliore per dare il
via ad una nuova vita è altrettanto importante trasmettere ai piccoli gli insegnamenti fondamentali
per un corretto stile di vita, a partire dall’alimentazione e dalla pratica dell’esercizio fisico.
La prevenzione riguarda anche gli anziani ai quali, con l’aiuto del medico di famiglia, è richiesto di
sottoporsi ad esami periodici individuando con tempestività problematiche tipiche dell’età quali la
pressione alta, l’osteoporosi, il diabete, la diminuzione della capacità uditiva, visiva ed intellettiva.
Se è vero che il nostro impegno ad informare fa parte della mission va ribadito che il dovere di ogni
cittadino è di acquisire in modo permanente la cultura della prevenzione come regola di vita
trasformandosi da fruitore passivo ad attore consapevole. Senza questa consapevolezza qualunque
percorso di cura può essere vanificato, appesantendo l’esistenza dei singoli e la sostenibilità della
spesa sanitaria, che sarebbe opportuno destinare ad obiettivi più avanzati nelle diverse cure.

QUANDO UN CORRETTO STILE DI VITA PUÒ PREVENIRE MALATTIE
CARDIOVASCOLARI

Ricerche, studi, evidenze scientifiche hanno da tempo accertato con chiarezza come l’adozione di un
corretto stile di vita e, in particolare, un’alimentazione appropriata e un’adeguata attività fisica possano
ridurre sensibilmente il rischio di incorrere in eventi cardiovascolari. E’ altrettanto chiaro che tali
interventi hanno delle ricadute positive per le persone con diabete, con la riduzione degli
ipoglicemizzanti e gli antiipertensivi, con indubbi vantaggi di carattere sanitario e sociale.
Il ruolo dell’alimentazione
Attualmente la letteratura corrente è orientata a suggerire alimenti a basso indice glicemico come nel
caso del consumo di pasta di grano duro, cotta “al dente”, il pane “classico”, come per i carboidrati dei
legumi, della frutta (mele e pere) e della verdura (pomodori). Il consumo di alimenti ad alto indice
glicemico, specie tra le persone obese, si associa alla presenza di valori più elevati della proteina C
reattiva che, notoriamente, rappresenta un importante predittore indipendente di rischio coronario.
Inoltre, si ottiene una buona prevenzione cardiovascolare stando attenti ai grassi alimentari orientando
la scelta verso quelli mono- e polinsaturi come quelli presenti nell’olio extra vergine di oliva, nonché in
quelli di semi di mais, soia e girasole. Questi ultimi, infatti, svolgono un effetto positivo nella riduzione
della colesterolemia (più marcatamente verso la LDL e meno nei confronti della HDL). Vanno
sicuramente tenuti lontano i grassi vegetali idrogenati (comunemente definiti trans) di produzione
industriale, orientandosi al consumo del pesce il cui grasso è ricco di omega-3 che ha funzione
antiossidante.
Attività fisica
È accertato che le persone che praticano una regolare attività fisica sono molto meno soggette a
sviluppare eventi cardiovascolari fatali e non fatali. Così anche l’incidenza di ictus di natura ischemica
o emorragica risultano favorevolmente influenzate dal livello di attività fisica, soprattutto tra le donne.
Dal punto di vista quantitativo la raccomandazione strettamente suggerita è di svolgere per almeno trequattro
giorni alla settimana dai 30 ai 40 minuti di attività fisica di intensità medio-moderata. Se invece
vi è la necessità di pervenire ad un calo ponderale, tale attività va prolungata portandola sino ad un’ora
al giorno. L’attività fisica, inoltre, presenta il vantaggio di compensare il calo delle HDL indotto da
molte diete a basso tenore lipidico rappresentando uno stile di vita realmente adeguato alla prevenzione
della malattia aterosclerotica e alle sue recidive.

QUANDO UN CORRETTO STILE DI VITA PUÒ PREVENIRE MALATTIE
CARDIOVASCOLARI

Ricerche, studi, evidenze scientifiche hanno da tempo accertato con chiarezza come l’adozione di un
corretto stile di vita e, in particolare, un’alimentazione appropriata e un’adeguata attività fisica possano
ridurre sensibilmente il rischio di incorrere in eventi cardiovascolari. E’ altrettanto chiaro che tali
interventi hanno delle ricadute positive per le persone con diabete, con la riduzione degli
ipoglicemizzanti e gli antiipertensivi, con indubbi vantaggi di carattere sanitario e sociale.
Il ruolo dell’alimentazione
Attualmente la letteratura corrente è orientata a suggerire alimenti a basso indice glicemico come nel
caso del consumo di pasta di grano duro, cotta “al dente”, il pane “classico”, come per i carboidrati dei
legumi, della frutta (mele e pere) e della verdura (pomodori). Il consumo di alimenti ad alto indice
glicemico, specie tra le persone obese, si associa alla presenza di valori più elevati della proteina C
reattiva che, notoriamente, rappresenta un importante predittore indipendente di rischio coronario.
Inoltre, si ottiene una buona prevenzione cardiovascolare stando attenti ai grassi alimentari orientando
la scelta verso quelli mono- e polinsaturi come quelli presenti nell’olio extra vergine di oliva, nonché in
quelli di semi di mais, soia e girasole. Questi ultimi, infatti, svolgono un effetto positivo nella riduzione
della colesterolemia (più marcatamente verso la LDL e meno nei confronti della HDL). Vanno
sicuramente tenuti lontano i grassi vegetali idrogenati (comunemente definiti trans) di produzione
industriale, orientandosi al consumo del pesce il cui grasso è ricco di omega-3 che ha funzione
antiossidante.
Attività fisica
È accertato che le persone che praticano una regolare attività fisica sono molto meno soggette a
sviluppare eventi cardiovascolari fatali e non fatali. Così anche l’incidenza di ictus di natura ischemica
o emorragica risultano favorevolmente influenzate dal livello di attività fisica, soprattutto tra le donne.
Dal punto di vista quantitativo la raccomandazione strettamente suggerita è di svolgere per almeno trequattro
giorni alla settimana dai 30 ai 40 minuti di attività fisica di intensità medio-moderata. Se invece
vi è la necessità di pervenire ad un calo ponderale, tale attività va prolungata portandola sino ad un’ora
al giorno. L’attività fisica, inoltre, presenta il vantaggio di compensare il calo delle HDL indotto da
molte diete a basso tenore lipidico rappresentando uno stile di vita realmente adeguato alla prevenzione
della malattia aterosclerotica e alle sue recidive.

Terapia dello scompenso cardiaco cronico

Lo scompenso cardiaco è la più importante causa di ricovero e di morte negli anziani (Arch Intern Med
2004, 164: 709) e richiede una politerapia che comporta un costante monitoraggio della risposta
clinica, della compliance, dei possibili effetti collaterali e delle interazioni tra farmaci usati per
patologie coesistenti (Ann Intern Med 2005, 142: 132 ; Eur J Heart Fail 2005, 7: 710).
Sintomi e stadio di malattia consentono al medico di medicina generale di personalizzare la cura con
interventi non farmacologici e farmacologici a domicilio del paziente.
Interventi non farmacologici
Sintomi e stadi clinici
Farmaci per la cura extraospedaliera
Interventi non farmacologici
Gli interventi non farmacologici per la cura dello scompenso cardiaco comprendono la riduzione
dell’apporto di sodio nella dieta a 5-6 grammi di cloruro di sodio/die (= 2-2,5 gr di Na) limitando il
consumo dei cibi salati, la restrizione idrica a meno di 2 litri di acqua/die soprattutto in caso di
iponatremia, la restrizione calorica e di grassi nella dieta in caso di sovrappeso, la limitazione del
consumo di alcolici, l’astensione dal fumo di tabacco, la pratica regolare di un’attività fisica
compatibile con le condizioni del paziente, il monitoraggio della pressione arteriosa e il trattamento
di un’eventuale sindrome delle apnee notturne associata.
I fattori di rischio per malattia coronarica devono essere trattati in modo aggressivo poiché gli
episodi ischemici e le loro recidive possono determinare un’importante progressione
dell’insufficienza cardiaca.
Il paziente e i suoi familiari devono essere educati a riconoscere i sintomi dell’insufficienza cardiaca
e delle sue riacutizzazioni, a misurare quotidianamente il peso corporeo, a seguire la terapia ed a
sottoporsi ai monitoraggi prescritti.
Sintomi e stadi clinici
I sintomi e segni dell’insufficienza cardiaca si possono suddividere in quelli dipendenti da:
• Insufficienza cardiaca sinistra e stasi polmonare (rantoli polmonari, dispnea da sforzo, spesso
aggravata dalla posizione supina, dispnea parossistica notturna e infine dispnea a riposo, tachipnea,
ecc)
• Insufficienza cardiaca destra e stasi venosa sistemica (edemi periferici, turgore delle vene
giugulari, epatomegalia, ascite, ecc.)
• Ridotta portata cardiaca (astenia, ridotta tolleranza allo sforzo, tachicardia, ipotensione, polso
alternante, ridotta pressione differenziale, compromissione del sensorio, ecc). L’evoluzione a shock
cardiogeno è di solito causata da un’infarto miocardico e si manifesta con ipotensione arteriosa
associata a segni di ipoperfusione tissutale quali estremità fredde e marezzate, obnubilamento del
sensorio ed oliguria fino all’anuria.
E’ comunque importante rilevare che almeno il 20% dei pazienti con disfunzione ventricolare
sinistra (frazione di eiezione inferiore al 40% valutata mediante ecocardiografia) è asintomatico e
non presenta segni clinici di insufficienza cardiaca.
Gli stadi clinici dello scompenso cardiaco in base ai sintomi sono riportati in tabella 1, secondo la
nuova classificazione dell’ American College of Cardiology (ACC) e American Heart Association

VANTAGGI DI UNA VITA ATTIVA PER PREVENIRE MOLTE PATOLOGIE

Lo abbiamo ripetuto in tutte le “salse” quanto sia importante mantenere uno stile di vita dove l’esercizio
fisico procura alla persona (non solo quella con diabete) uno stato di benessere fisico e salutare. Ma
soprattutto, una vita attiva rappresenta lo strumento migliore per prevenire molte patologie. Per mantenersi in
buona salute è necessario “muoversi” cioè camminare, ballare, giocare, andare in bicicletta. Un buon livello
di attività fisica, infatti, contribuisce ad abbassare i valori della pressione arteriosa e quelli
dell’ipercolesterolemia, a prevenire malattie cardiovascolari, obesità e soprappeso, diabete, osteoporosi;
contribuisce, inoltre, al benessere psicologico, riducendo ansia, depressione e senso di solitudine.
Per i bambini e i ragazzi in qualunque momento della giornata svolgere che portano al movimento
comporta:
♦ un sano sviluppo dell’apparato osteoarticolare e muscolare
♦ il benessere psichico e sociale
♦ controllare il peso corporeo
♦ favorire il funzionamento degli apparati cardiovascolare e respiratorio. Inoltre, lo sport e l’attività
fisica contribuiscono ad evitare, nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti sbagliati, quali
l’abitudine a fumo e alcol e l’uso di droghe.
♦ Per le persone meno giovani l’esercizio fisico è particolarmente utile poiché:
♦ ritarda l’invecchiamento
♦ previene l’osteoporosi
♦ contribuisce a prevenire la disabilità
♦ contribuisce a prevenire la depressione e la riduzione delle facoltà mentali
♦ contribuisce a ridurre il rischio di cadute accidentali migliorando l’equilibrio e la coordinazione.
Si può trarre vantaggio anche solo da 30-45 minuti di moderato esercizio quotidiano. Senza per questo
doversi dedicare ad una attività specifica. Infatti, l’attività fisica (non necessariamente sportiva) può essere
connessa con le attività quotidiane, come ad esempio spostarsi a piedi o in bicicletta per andare a lavoro o a
scuola, usare le scale al posto dell’ascensore. Dunque, è essenziale rimanere attivi sfruttando ogni possibile
occasione, ad esempio: dedicarsi ai lavori di giardinaggio, fare la spesa, portare a spasso il cane.
Praticare con regolarità attività sportive almeno 2 volte a settimana aiuta a:
♦ aumentare la resistenza
♦ aumentare la potenza muscolare
♦ migliorare la flessibilità delle articolazioni
♦ migliorare l’efficienza di cuore e vasi e la funzionalità respiratoria
♦ migliorare il tono dell’umore.
In alternativa è consigliabile utilizzare il fine settimana per lunghe passeggiate e/o gite in bici, ballo e nuotate
in piscina.

SESSUALITA'

DIABETE E CAUSE DI DISFUNZIONE SESSUALE
Aspetti psicologici ed organici del deficit erettile

Sino a poco tempo addietro si è ritenuto che gli aspetti psicologici fossero la causa primaria
nell’alterazione del meccanismo dell’erezione. Prima di addentrarci nell’argomento è corretto
rilevare che sul problema intervengono cause immodificabili, legate a condizioni patologiche, altre
sono invece modificabili perché discendenti da motivi comportamentali. Oggi la disfunzione è
attribuita a più cause come quelle endocrine, neurogene, vascolari (arteriose e venose),
farmacologiche e altre ancora. Sono quindi molteplici i fattori dell’alterazione: in alcuni casi anche
concomitanti e che si possono sovrapporsi alla sfera psicologica. A tale quadro, poi, vanno ad
aggiungere ulteriori cause esterne quali le lesioni nervose o vascolari derivanti da cure
radioterapiche, oppure discendenti da interventi chirurgici o endoscopici a livello delle pelvi (come
nel caso della prostatectomia). Vi sono, infine, le cosiddette “cause predisponenti”. Tra queste
quella più imputa è l’abitudine al fumo; se poi è associata ad altri fattori di rischio come l’obesità,
l’uso di alcol e di droghe si produce un effetto moltiplicatore che aggrava la situazione del deficit.
Che fare? Dopo il passaggio dal medico familiare è bene recarsi dall’urologo-sessuologo quando il
disturbo è persistente. Quindi, l’indagine va rivolta a definire quali dei fattori richiamati in premessa
sono la causa della disfunzione, cioè se organica, psicologica o mista. Purtroppo la patologia
diabetica è tra quelle cause che provocano situazioni di deficit per le alterazioni vascolari che
possono essersi verificate da una lunga presenza della patologia; ovviamente, lo specialistica deve
tenere conto di tale condizione e valutare le cure e i farmaci assunti per contrastare gli effetti. Solo
dopo attenta valutazioni possono essere delineate le soluzioni terapeutiche le quali spaziano dai
farmaci orali e iniettabili, a dispositivi meccanici, fino ad interventi chirurgici. Questa lettura avrà
sicuramente provocato una domanda ai nostri lettori non più giovanissimi. Vale a dire: “c’è un
limite d’età per decidere di curare la disfunzione erettile?” La risposta è NO! È però importante
affrontarla come problema di coppia e con la consapevolezza che la soluzione è importante
nell’ottica di migliorare la qualità della vita.
DISFUNZIONE ERETTILE E DIABETE
Il problema è sempre di grande attualità, e non potrebbe essere diversamente data la sua incidenza
sulla qualità di vita, specie sui soggetti diabetici più a rischio nell’anticipo temporale di tale
disfunzione. Tuttavia, oggi è possibile far ricorso a tanti rimedi per evitare preventivamente tale
disagio e, comunque, lo si può neutralizzare e superare nella maggior parte dei casi mediante
apposite terapie e corretti comportamenti. Per dirlo chiaro e tondo: l’impotenza si può curare. Non
c’è dubbio che per evitarla o ritardarla bisogna partire da una alimentazione sana ed equilibrata e
mantenendo un buon compenso metabolico e glicemico. Tuttavia, se capita, si può avere successo
ricorrendo a soluzioni farmacologiche sempre più mirate ed efficaci, ma sempre su controllo e
monitoraggio medico. Volete saperne di più? Dal portale BAYER è possibile scaricare il libro della
collana dedicato alle complicanze sessuali causate dal diabete. Tre illustri esperti spiegano con
chiarezza cause, rimedi e strategie di prevenzione. Il libro ha un sottotitolo accattivante e
tranquillizzate: “Ovvero come affrontare il problema e vivere meglio”. Il testo è corredato da
simpatici disegni colorati attraverso i quali vengono spiegati con semplicità il «cosa fare» una volta
incappati nel problema. All’efficacia espositiva concorre anche l’uso di schemi, questionari, elenchi
di domande-chiave, ecc.. Dimenticavamo l’indirizzo del Portale: www.diabete.net, un sito molto
ricco di informazioni sulla patologia diabetica che, sicuramente, molti soci attrezzati avranno
sicuramente già consultato.

Disfunzione sessuale: un problema di coppia. Un’adeguata terapia può risolvere
il problema

Quello di cui parleremo è un argomento che non deve essere sottovalutato, non solo per la qualità
della vita personale ma anche per i riflessi negativi che condizionano i rapporti della coppia:
dunque, un aspetto di impatto rilevante. Sono diversi i motivi per cui se ne parla poco, un po’ per
pudore, un po’ perché riguarda la sfera intima e ciò accade anche con il nostro Diabetologo. Infatti,
questo disturbo è tipicamente legato al diabete, ma le nuove scoperte farmacologiche possono
risolvere o abbassare notevolmente tale disagio partendo da due condizioni indispensabili:
praticando un costante autocontrollo finalizzato ad un miglior compenso glicemico, e parlandone
con il Diabetologo per la prescrizione medica della terapia più appropriata al caso. Tuttavia, è
altrettanto giusto domandarsi se il Diabetologo pone a questa “complicanza” la stessa attenzione di
altre ritenute più gravi, chiedendosi quante volte egli sollecita il paziente ad affrontare tale
argomento.
Peraltro, la disfunzione sessuale può sottendere complicanze cardiovascolari non ancora rilevate;
altre volte può rappresentare una spia di una cardiopatia ischemica o, comunque, un danno
vascolare diffuso.
Le cause della disfunzione erettile possono essere diverse: alcune sono di carattere organico e
rendono difficoltoso il flusso sanguigno (diabete, cardiopatia, ipercolesterolemia, ipertensione,
depressione, obesità, fumo, alcol, droghe); altre sono di carattere psicologico o di tipo relazionale e
personale (stress, conflitti familiari, momenti di cambiamenti o decisioni importanti). La
comprensione di queste cause (soprattutto di quella prevalente) è importante perché corrispondono
poi alla scelta dello specialista competente che deve intervenire per superarle. Il problema va
affrontato senza perdere tempo (diagnosi precoce e terapia tempestiva) per restare coppia, per
declinare amicizia e complicità, per affrontare in modo tranquillo l’invecchiamento, per evitare
ansie e conflitti, inutili sensi di colpa quando non indifferenza reciproca. Dunque, nessuna
rassegnazione (la sessualità è un fatto naturale: quando è finita, è finita) perché una buona parte dei
casi sono risolvibili e una buona vita sessuale genera tenerezza e intimità rendendo la relazione più
sicura e stabile. Per questo è utile parlarne e cercare di trovare insieme soluzioni e nuove emozioni.
Una delle cause più ricorrenti dell’insufficienza erettile è causata dall’eccesso di glucosio nel
sangue che, come noto, danneggia le strutture microvascolari legandosi alle pareti dei vasi
rendendole meno elastiche e quindi meno distendibili. Nell’organo maschile ciò comporta un difetto
di dilatazione delle arterie e dei corpi cavernosi con il conseguente minore afflusso di sangue e
minore turgidità. Ma ancor prima, a monte, si determina un difetto di liberazione nelle terminazioni
nervose e nei piccoli vasi della sostanza vasodilatatrice per eccellenza, cioè il nitrossido di azoto
(NO). In altre parole, la maggiore rigidità delle strutture e la minore disponibilità di NO stanno alla
base del difetto di erezione causato dal diabete. La conoscenza di quest’ultimo aspetto chimico ha
consentito di mettere a punto alcuni farmaci in grado di correggere il meccanismo fisiologico
erettivo. Grazie ai risultati della ricerca, ai test tradizionali della valutazione ormonale e con l’ecodoppler
sullo stato arterioso, si va direttamente a verificare la risposta vasodilatativa dei farmaci a
base di NO quali il Sildefanil, il Vardenafil e il Tadalafil. La loro somministrazione per via orale
ha sostituito anche il test dell’iniezione intracavernosa di prostaglandina, proposto solo nei casi di
mancata risposta positiva del farmaco per via orale. È giusto insistere sul mantenimento di un buon
controllo glicemico come percorso di prevenzione ma, anche in presenza di una disfunzione in atto,
è corretto sapere che è possibile una reversibilità del difetto eliminando anche altre eventuali cause
non fisiologiche. Nei tre farmaci citati la differenza consiste in un diverso profilo di azione più o
meno favorevole, ma tutto si basa sullo stesso principio. Negli studi clinici questi farmaci hanno
portato ad un miglioramento dell’erezione in circa l’80% dei casi, una percentuale che scende
leggermente nella popolazione diabetica. In commercio esistono dosaggi diversi che vanno
verificati con il medico, il quale dovrà pure valutare i possibili effetti collaterali e le eventuali
controindicazioni (poche, ma ci sono), nonché la appropriatezza dell’impiego.

IMPOTENZA E DIABETE: UN CAMPANELLO D’ALLARME PER LE PATOLOGIE
CARDIOVASCOLARI

di Carlotta Peviani

Nel mondo si contano 150 milioni casi d’impotenza ed entro il 2025 si arriverà ad oltre 322 milioni.
Solo in Italia sono 3 milioni gli uomini colpiti da deficit erettile. Cifre notevoli che devono far
riflettere e porre l’attenzione su questa patologia spesso sottovalutata e tenuta nascosta anche al
proprio medico di base. Minimizzare questa problematica significa chiudere gli occhi di fronte a un
vero campanello di allarme che indica possibili complicanze cardiovascolari. “Il legame tra
disfunzione erettile, arterosclerosi e patologie cardiovascolari è ormai scientificamente noto”,
spiega Massimiliano Nicola, Urologo del Reparto di Urologia FBF e del Team Diabetologico
FBF, “tra i fattori di rischio responsabili di questa patologia vi sono età, fumo, lipidi nel sangue,
obesità, sedentarietà, diabete e ipertensione arteriosa. Ma senza dubbio nella disfunzione erettile la
componente vascolare la fa da padrona”.
In che modo la disfunzione erettile è un campanello di allarme?
“Nei pazienti colpiti da patologie vascolari, quali infarto, ictus cerebrale, vi è un incremento della
disfunzione erettile. Spesso l’impotenza precede eventi vascolari successivi. In questo senso è un
vero sintomo sentinella o meglio un fattore predittivo”, continua il dottor Nicola, “si calcola, infatti,
che tra l’insorgenza della disfunzione erettile e lo sviluppo di eventi coronarici e cerebrovascolari
trascorra un tempo di circa 36 mesi. In particolare i pazienti diabetici prima di sviluppare un evento
cardiaco manifestano una disfunzione erettile. Se poi il paziente oltre che diabetico è anche iperteso
nell’80% dei casi è soggetto a impotenza”.
Come si arriva alla diagnosi?
“Il medico deve valutare tutti i fattori di rischio, le patologie concomitanti, gli eventuali traumi
spinali, pelvici e la farmacoterapia (in particolare l’assunzione di antipertensivi, antidepressivi,
ansiolitici ecc. spesso responsabili della disfunzione). Solo così è possibile impostare un’eventuale
terapia che oggi è per lo più di tipo farmacologico. In particolare la classe di farmaci più utilizzata è
quella degli inibitori delle fosfodiesterasi di tipo 5 (PDE-5) disponibili sul mercato dal 1998”.
DISFUNZIONE ERETTILE: SI DEVE GIOCARE D’ANTICIPO
La disfunzione erettile, in particolare se grave, è dunque un importante fattore di rischio per le
malattie cardiovascolari. “Questi pazienti diabetici con disfunzione erettile svolgono una normale
attività quotidiana in pieno benessere e in assenza di sintomi riferibili a malattia coronarica”, spiega
Anna Alice Mazzola, Cardiologa del Reparto di Cardiologia FBF e del Team Diabetologico
FBF, “per questo nel nostro percorso clinico-diagnostico, in collaborazione con l’Urologo e il
Diabetologo del Team, indaghiamo persone apparentemente sane, ma con diabete e disfunzione
erettile sottoponendole a test provocativo: si tratta di un’ecocardiografia color-doppler dopo stimolo
farmacologico. Questo esame consiste nella somministrazione di un farmaco che incrementa
progressivamente la frequenza cardiaca come avviene durante uno sforzo fisico; durante l’infusione
del farmaco è monitorato l’elettrocardiogramma, la pressione arteriosa e soprattutto sono indagate,
con l’esecuzione dell’ecografia cardiaca, eventuali modificazioni della funzione contrattile del
cuore. Questa indagine viene abitualmente eseguita nel nostro reparto ed è ben tollerata. Lo scopo è
dunque svelare la malattia coronarica, giocando in anticipo, prevenendo quindi complicanze
cardiovascolari quali l’infarto”, continua la dottoressa Mazzola, “sono numerosi i soggetti
“sani”che, grazie a questo esame, hanno rivelato una malattia coronarica e sono stati trattati in
tempo”.
“In alcuni soggetti, specie più giovani”, aggiunge Nadia Cerutti, Diabetologa del Reparto di
Diabetologia FBF e del Team Diabetologico, “ la disfunzione erettile può essere uno dei primi
segni della patologia diabetica non ancora diagnosticata. Il 50% circa dei soggetti maschi diabetici
soffre infatti di disfunzione erettile e in circa il 12% questa patologia rappresenta il sintomo di
esordio del diabete. Dunque, è importantissimo che il Diabetologo in primis ponga al paziente la
questione della disfunzione erettile, con domande precise attraverso un test specifico e, se lo ritiene
necessario, lo indirizza all’Andrologo e al Cardiologo del Team. Questo tipo di monitoraggio nei
pazienti diabetici deve essere costante nel tempo al fine di prevenire gravi conseguenze di tipo
cardiovascolare”. “Tenere sotto controllo il diabete aiuta a prevenirne tutte le sue complicazioni,
disfunzione erettile compresa” aggiunge Paola Silvia Morpurgo, Diabetologa del Reparto di
Diabetologia FBF e del Team Diabetologico, “ per questo si deve innanzitutto agire sugli stili di
vita: assumere una dieta adeguata, svolgere un’attività fisica regolare, tenere sotto controllo lo
stress, ridurre l’assunzione di alcolici e sospendere il fumo”.

IL DIABETE IN COPPIA: È UN TERZO INCOMODO MA PUÒ DIVENIRE
“PILASTRO” DELLA CONVIVENZA E MIGLIORARE LA RELAZIONE

Torniamo a parlare di questo argomento perché sollecitati da tante domande pervenute per diverse
vie all’Associazione. Prima di tutto è opportuno liberare il campo da alcune luoghi comuni sapendo
a priori che in qualunque coppia, anche la più normale, si pongono problemi di ruoli, di spazi
individuali e comuni che spesso obbligano a compiere scelte difficili. Tale situazione si riflette nella
vita sociale di tutti i giorni, influenzando anche la zona affettiva e relazionale in genere. Essere
coppia porta ad una restrizione dei propri spazi di libertà, alla condivisione di quello che ci
appartiene e, quindi, a dover rinunciare ad una parte di sé; in tali circostanze si parla di aspetti che,
inevitabilmente, possono generare dei conflitti. Questo è ancora più vero per le coppie con diabete
le quali presentano aspetti caratteristici più specifici e frequenti perché subentra una “condizione
medica” che influenza i gesti nella quotidianità per la presenta del <>. In questo
caso, infatti, la coppia non può scegliere e trova difficile cambiare il terreno principale del suo
conflitto il quale finisce per essere deciso dal partner che vive la condizione. Tuttavia esistono
anche moltissime situazioni nelle quali la presenza di una persona con diabete diviene un pilastro
della convivenza. Come afferma una nota Psicoterapeuta di Padova, tale presenza può divenire un
‘segreto’ della coppia e dar luogo a tanti piccoli stratagemmi e ad una forte complicità fra i partner
che però non deve diventare l’unico perno della relazione.
In tale situazione può accadere che la persona che tende a sottovalutare il diabete e ad eludere le
esigenze della cura, trova spesso nel partner una figura sostitutiva di tipo genitoriale fino ad
assumere funzioni di controllo. Di converso, può invece accadere che un atteggiamento molto ligio
e auto-limitante nei confronti della terapia porti il partner a svolgere una funzione “eversiva”, cioè a
cercare di aprire dei varchi e degli spazi di libertà. Forse sarebbe opportuno affrontare il problema
non parlando di diabete, non della salute di una persona ma, piuttosto, di salute della coppia. Forse
è questo il consiglio che si può dare a tutte le persone con diabete e ai loro partner, cioè andare oltre
il diabete, decentrando le ansie. Vale a dire non preoccuparsi del pancreas che non funziona, ma del
corpo che esiste e agisce da soggetto e oggetto di desiderio e amore. In questo modo risulta
possibile immaginare se stessi come un insieme inestricabile di mente e di corpo ma, soprattutto,
non vedere se stessi come persone con diabete ma, piuttosto, solo come persone. Non esistendo
modelli di riferimento la sessualità è una componente della vita di relazione e fa parte del processo
di evoluzione della coppia: rappresenta, inoltre, la libertà che una coppia riesce a ritagliarsi nella
condizione in cui si trova, non un sogno in cui si finge di essere qualcosa d’altro.

SPORT

Alimentazione e attività fisica
Come comportarsi e cosa conoscere prima di intraprendere un’attiva fisica

Nel diabete di tipo 2 l’Attività Fisica (A.F.) è assolutamente indispensabile, soprattutto per i
soggetti che si presentano in sovrappeso. Ciò è dovuto al fatto che, se unita ad una corretta
alimentazione, l’attività fisica comporta un calo ponderale a scapito della massa grassa e molto
poco su quella magra (muscoli); questo risultato porta a numerosi vantaggi specie nel migliorare il
compenso metabolico del diabete. Tuttavia, le persone che soffrono di diabete che intendono
intraprendere una qualunque A.F. o sportiva devono conoscere diversi importanti particolari prima
di praticarla per evitare fastidiosi inconvenienti. Prima di tutto importante che il diabetico si
sottoponga ad un’attenta verifica circa la presenza di eventuali complicanze croniche (nefropatia,
retinopatia, neuropatia) e di disturbi a carico dell’apparato cardiovascolare (ischemia miocardica o
ipertensione arteriosa). Di fronte ad attività troppo intense, infatti, si possono avere influenze
negative nelle situazioni prima descritte. Quanto all’attività sportiva con forte dispendio energetico
essa deve essere praticata almeno dopo due ore dall’ultimo pasto e deve essere preceduta da un
controllo della glicemia; essa va evitata con valori inferiori a 80 o superiore a 250-300 mg/dl. Nel
primo caso si rischia una pericolosa ipoglicemia, nel secondo caso la farebbe aumentare. Inoltre, chi
usa l’insulina dovrebbe programmare i tempi e l’intensità dell’A.F. in modo da regolare
l’assunzione adeguata dei cibi e le relative dosi di insulina. Qualora questo non sia stato possibile è
opportuno agire sull’assunzione dei carboidrati prima e durante lo svolgimento dell’esercizio. Da
queste premesse si intuisce l’importanza della alimentazione che un diabetico deve seguire prima di
affrontare un’attività sportiva e, soprattutto, regolare l’assunzione dei carboidrati per compensare
quelli che saranno “bruciati”. Se l’A.F. viene svolta con una certa regolarità, in alcuni casi è
possibile diminuire la dose delle compresse.
Fonte: simple wins – Franco Tomasi
QUANTO SI CONSUMA CON L’A.F.
Attività Calorie/minuto Calorie/ora
Cammino (5 Km/ora)
Bicicletta (9,5 Km/ora
4-5 240-300
Bicicletta (13 Km/ora)
Pallavolo – tennis (doppio)
5-6 300-360
Cammino (6Km/ora)
Bicicletta (16 Km/ora)
6-7 360-420
Cammino rapido (8 Km/ora)
Bicicletta ((18 Km/ora) Tennis
7-8 420-480
Jogging (8Km ora)
Bicicletta 19Km/ora)
8-10
4
480-600
Corsa a piedi (9 Km/ora)
Bicicletta (21 Km ora)
10-11 600-660
Corsa a piedi (10 Km ora) 11 o più 660 o più
Alimentazione e attività fisica
Come comportarsi e cosa conoscere prima di intraprendere un’attiva fisica
Nel diabete di tipo 2 l’Attività Fisica (A.F.) è assolutamente indispensabile, soprattutto per i
soggetti che si presentano in sovrappeso. Ciò è dovuto al fatto che, se unita ad una corretta
alimentazione, l’attività fisica comporta un calo ponderale a scapito della massa grassa e molto
poco su quella magra (muscoli); questo risultato porta a numerosi vantaggi specie nel migliorare il
compenso metabolico del diabete. Tuttavia, le persone che soffrono di diabete che intendono
intraprendere una qualunque A.F. o sportiva devono conoscere diversi importanti particolari prima
di praticarla per evitare fastidiosi inconvenienti. Prima di tutto importante che il diabetico si
sottoponga ad un’attenta verifica circa la presenza di eventuali complicanze croniche (nefropatia,
retinopatia, neuropatia) e di disturbi a carico dell’apparato cardiovascolare (ischemia miocardica o
ipertensione arteriosa). Di fronte ad attività troppo intense, infatti, si possono avere influenze
negative nelle situazioni prima descritte. Quanto all’attività sportiva con forte dispendio energetico
essa deve essere praticata almeno dopo due ore dall’ultimo pasto e deve essere preceduta da un
controllo della glicemia; essa va evitata con valori inferiori a 80 o superiore a 250-300 mg/dl. Nel
primo caso si rischia una pericolosa ipoglicemia, nel secondo caso la farebbe aumentare. Inoltre, chi
usa l’insulina dovrebbe programmare i tempi e l’intensità dell’A.F. in modo da regolare
l’assunzione adeguata dei cibi e le relative dosi di insulina. Qualora questo non sia stato possibile è
opportuno agire sull’assunzione dei carboidrati prima e durante lo svolgimento dell’esercizio. Da
queste premesse si intuisce l’importanza della alimentazione che un diabetico deve seguire prima di
affrontare un’attività sportiva e, soprattutto, regolare l’assunzione dei carboidrati per compensare
quelli che saranno “bruciati”. Se l’A.F. viene svolta con una certa regolarità, in alcuni casi è
possibile diminuire la dose delle compresse.
Fonte: simple wins – Franco Tomasi
QUANTO SI CONSUMA CON L’A.F.
Attività Calorie/minuto Calorie/ora
Cammino (5 Km/ora)
Bicicletta (9,5 Km/ora
4-5 240-300
Bicicletta (13 Km/ora)
Pallavolo – tennis (doppio)
5-6 300-360
Cammino (6Km/ora)
Bicicletta (16 Km/ora)
6-7 360-420
Cammino rapido (8 Km/ora)
Bicicletta ((18 Km/ora) Tennis
7-8 420-480
Jogging (8Km ora)
Bicicletta 19Km/ora)
8-10
4
480-600
Corsa a piedi (9 Km/ora)
Bicicletta (21 Km ora)
10-11 600-660
Corsa a piedi (10 Km ora) 11 o più 660 o più

L’attività fisica: perché e come è cura nel diabete

Nel diabete, l’esercizio fisico è parte integrante della terapia. Per questo deve essere gestito come
un farmaco: posologia, modalità di esecuzione, controlli…
L’attività fisica è una componente essenziale del benessere globale di qualsiasi persona, durante
tutta la vita: il suo svolgimento regolare riduce il rischio di malattia cardiovascolare, aiuta nel
controllo del peso, riduce i fenomeni di osteoporosi e la mortalità per cancro. Infine, migliora il
tono dell’umore e ha un effetto positivo sul benessere psicologico.
E nel diabete, quali sono vantaggi? È ampiamente dimostrato che l’attività fisica, attraverso i suoi
effetti positivi sulla sensibilità all’insulina, sul metabolismo del glucosio e sul mantenimento del
peso corporeo, previene l’insorgenza del diabete tipo 2. L’esercizio fisico regolare riveste, inoltre,
un ruolo determinante nel miglioramento del controllo metabolico e nel ridurre la mortalità
cardiovascolare nei soggetti diabetici.
Alla luce di tutto ciò, si può senz’altro dire che l’attività fisica è parte intergrante della cura del
diabete ma, essendo una “terapia”, è importante conoscere:
• quale tipo di attività fisica svolgere,
• come gestire i farmaci,
• quali controlli, prima e nel tempo, devono essere fatti.
Non possiamo, quindi, limitarci ad un semplice “muoversi un po’ di più”: certamente qualsiasi
aumento del movimento nello svolgimento delle attività fisiche quotidiane è positivo ma, per avere
un ruolo terapeutico vero e proprio, l’esercizio fisico deve essere gestito come un farmaco:
posologia, modalità di esecuzione, controlli…
Fino ad ora il consiglio alle persone con diabete di svolgere attività fisica, pur conoscendone i
grandi vantaggi, è rimasto un po’ generico, poco dettagliato e monitorato.
Far diventare l’attività fisica parte integrante del proprio “stile di vita” possiede un enorme
vantaggio: una volta superate le difficoltà iniziali (cambiare abitudini, trovare il tempo, fare
fatica…), lo svolgimento regolare aumenta il senso di benessere e quindi gratifica le persone e le
stimola a mantenerlo nel tempo.
Qual è l’attività fisica più indicata, nella persona con diabete?
Le attuali linee guida, al fine di migliorare il controllo glicemico, favorire il mantenimento di un
peso corporeo ottimale e ridurre il rischio di malattia cardiovascolare, consigliano lo svolgimento di
almeno 150 minuti/settimana di attività fisica aerobica di intensità moderata (50-70% della
frequenza cardiaca massima) e/o almeno 90 minuti/settimana di esercizio fisico intenso (sopra il
70% della frequenza cardiaca massima). L’attività fisica deve essere distribuita in almeno 3 giorni
alla settimana e non ci devono essere più di due giorni consecutivi senza attività.
Accanto all’attività fisica aerobica, in assenza di controindicazioni quali complicanze
cardiovascolari o della malattia o altre patologie, le persone con diabete di tipo 2 devono essere
incoraggiate a eseguire, 3 volte alla settimana, esercizio fisico contro resistenza (cioè ripetizioni di
esercizio, con piccoli pesi) per tutti i maggiori gruppi muscolari. L’esercizio andrà definito nei
dettagli con il diabetologo. Questo tipo di attività, approntata gradualmente soprattutto in persone
non allenate, si è dimostrata efficace nel facilitare l’attività aerobica, poiché favorisce il calo di
peso e lo sviluppo della massa muscolare.

CORRERE: uno sport semplice, non costoso e salutare

“A passo di corsa verso la salute”. Non è uno slogan ma una pratica sportiva che, se eseguita
con regole precise, può garantire importanti benefici sia a livello fisico sia a livello
psicologico. Ma la corsa, innanzitutto, fa bene all’apparato cardiocircolatorio al punto da essere
considerata tra le forme di prevenzione più efficaci contro i fattori di rischio cardiovascolari.
Questo tipo di attività fisica influenza la funzionalità del cuore, regolarizzandone la frequenza
di base e sottosforzo, come pure quella del sistema circolatorio. Le ragioni di questo risultato
sono di facile comprensione. Infatti, durante la fase dello sforzo vengono messe in circolo delle
sostanze “vasodilatatrici” che svolgono la loro azione sui muscoli e sui vasi arteriosi. Queste
sollecitazioni fanno dilatare le arterie e la dilatazione rimane anche al cessare dell’attività.
Tutto ciò favorisce la circolazione del sangue, che incontrerà minori resistenze nel suo
cammino, favorendo così l’abbassamento della pressione arteriosa. E si sa, la pressione alta
rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare. Ma gli effetti non si fermano solo a questo
aspetto. La corsa, infatti, oltre a prevenire i disturbi cardiovascolari, svolge un’azione positiva
anche sul colesterolo. Anche in questo caso la spiegazione è semplice: l’eccesso di colesterolo
nel sangue tende a depositarsi sulle pareti interne delle arterie, formando le cosiddette “placche
aterosclerotiche”; una situazione che, nel tempo, se non si corre ai ripari, aumenta il rischio di
essere colpiti da un infarto o da un ictus. Correre, dunque, riduce l’eccessivo accumulo di
colesterolo LDL (detto anche “cattivo”) che, come è noto, quando è elevato comporta un
maggior rischio di cardiopatia coronaria; inoltre, la corsa favorisce l’aumento del colesterolo
cosiddetto “buono” (HDL), il quale, oltretutto, contrasta l’azione del colesterolo LDL. Quali le
istruzioni per l’uso? Molti studi hanno dimostrato che correre 45 minuti al giorno per 5 giorni
alla settimana per 6 mesi aumenta il valore del colesterolo buono HDL del 14-15%. La corsa
inoltre facilita il controllo dei livelli dei trigliceridi e una minor tendenza del sangue a
coagulare e a formare trombi. E poi….non è forse vero che chi svolge un’attività sportiva ha
meno voglia di fumare o di assumere bevande alcoliche, cioè altri due fattori di rischio
cardiovascolare? Che aspettiamo! Finita questa lettura, andiamo subito a correre!

L’attività fisica come cura nel diabete

Nelle persone affette da diabete l’Attività Fisica (A.F.) deve essere considerata parte integrante
della terapia; ciò equivale a dire attività fisica = farmaco e, pertanto, l’esercizio fisico deve essere
gestito come tale seguendo una certa posologia, modalità di svolgimento, controlli, ecc.. In
qualunque persona, infatti, l’A.F. rappresenta una componente essenziale del benessere globale in
tutto il corso della vita. I suoi effetti benefici si riflettono sulla salute dell’organismo incidendo
positivamente nel ridurre il rischio della malattia cardiovascolare, mentre è di aiuto a mantenere il
controllo del peso corporeo, a combattere il fenomeno dell’osteoporosi. Sono, inoltre, noti gli
effetti benefici sull’umore e sul benessere psicologico, sul favorire il sorriso e magari migliorare l
vita di coppia. Oltre a previene il diabete di tipo 2, l’esercizio fisico svolto regolarmente produce
effetti molto positivi sulla sensibilità all’insulina e riveste un ruolo importante nel metabolismo del
glucosio. Si capisce, quindi, come l’attività fisica in generale (e non solo per le persone con
diabete), sia un vero toccasana. ma è opportuno svolgerla in maniera controllata. Dunque, curasi
con lo sport è la novità contenuta in un documento “Proposta per l’introduzione dell’esercizio
fisico come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale” al
quale hanno lavorato le Regioni e che il Ministero della Salute appoggia nel tentativo di fare entrare
lo sport nei LEA (livelli essenziali di assistenza). La notizia ci sembra di estrema rilevanza perché
inserire a pieno titolo l’A.F. nella politica sanitaria nazionale è un passo necessario e fondamentale
rispetto ad una popolazione, quella italiana, che preferisce guardare lo sport seduta in una comoda
poltrona (solo una persona su cinque pratica uno o più sport con continuità). Ma per ottenere un
ruolo terapeutico vero e proprio è necessario far diventare l’A.F. parte integrante del proprio “stile
di vita” superando le difficoltà iniziali, modificando le proprie abitudini, trovando gli spazi
temporali e fisici per svorgerla e, soprattutto, le motivazioni quale spinta per accettare la fatica e
qualche la noia di partenza).
Non possiamo, quindi, limitarci ad un semplice “muoversi un po’ di più”: certamente qualsiasi
aumento del movimento nello svolgimento delle attività fisiche quotidiane è positivo ma, per avere
un ruolo terapeutico vero e proprio, …
Fino ad ora il consiglio alle persone con diabete di svolgere attività fisica, pur conoscendone i
grandi vantaggi, è rimasto un po’ generico, poco dettagliato e monitorato.
Far diventare l’attività fisica parte integrante del proprio “stile di vita” possiede un enorme
vantaggio: una volta superate le difficoltà iniziali (cambiare abitudini, trovare il tempo, fare
fatica…), lo svolgimento regolare aumenta il senso di benessere e quindi gratifica le persone e le
stimola a mantenerlo nel tempo.
Qual è l’attività fisica più indicata, nella persona con diabete?
Le attuali linee guida, al fine di migliorare il controllo glicemico, favorire il mantenimento di un
peso corporeo ottimale e ridurre il rischio di malattia cardiovascolare, consigliano lo svolgimento di
almeno 150 minuti/settimana di attività fisica aerobica di intensità moderata (50-70% della
frequenza cardiaca massima) e/o almeno 90 minuti/settimana di esercizio fisico intenso (sopra il
70% della frequenza cardiaca massima). L’attività fisica deve essere distribuita in almeno 3 giorni
alla settimana e non ci devono essere più di due giorni consecutivi senza attività.
Accanto all’attività fisica aerobica, in assenza di controindicazioni quali complicanze
cardiovascolari o della malattia o altre patologie, le persone con diabete di tipo 2 devono essere
incoraggiate a eseguire, 3 volte alla settimana, esercizio fisico contro resistenza (cioè ripetizioni di
esercizio, con piccoli pesi) per tutti i maggiori gruppi muscolari. L’esercizio andrà definito nei
dettagli con il diabetologo. Questo tipo di attività, approntata gradualmente soprattutto in persone
non allenate, si è dimostrata efficace nel facilitare l’attività aerobica, poiché favorisce il calo di
peso e lo sviluppo della massa muscolare.

VINCERE IL DIABETE CON LO SPORT

Il 10 e 11 settembre si è svolto a Tirrenia il primo Meeting Nazionale di Atletica Leggera sotto il
segno “Per vincere insieme il diabete”. Lo scopo dell’iniziativa è dimostrare che è possibile fare
sport ed essere competitivi allo stesso tempo anche con il diabete di tipo 1. Al Meeting, che si è
svolto presso il Centro di Preparazione Olimpica del CONI di Tirrenia, ha hanno partecipato 80
atleti con diabete di tipo 1 che si sono sfidati in 7 discipline in una gara tra Regioni.
Ogni squadra era accompagnata da uno o due diabetologi, primi tifosi dei propri atleti-pazienti. Il
gruppo dei pazienti della Associazione Amici del Diabetico è stato guidato dalla dott.ssa Paola
Morpurgo e dall’Infemiere Giacomo Bonino.
DIATLETICA è stata un’occasione per mettersi alla prova, ma soprattutto è stato un momento di
incontro tra giovani atleti e atleti più esperti, che credono molto nel valore terapeutico dello sport.
“La disciplina che insegna lo sport è un importantissimo paradigma che l’atleta diabetico deve
imparare a coltivare per il rispetto del proprio corpo e per poter fare sport in totale sicurezza,
puntando, perché no, a importanti traguardi”, ha commentato il dr. Gerardo Corigliano, Presidente
dell’Associazione nazionale italiana atleti diabetici (Aniad).
Le emozioni sono state tante a DIATLETICA che ha visto la presenza di un grande atleta come
Stefano Baldini, medaglia d’oro alle olimpiadi di Atene 2004 il quale ha voluto condividere
riflessioni sullo sport e sulle vittorie della vita. La rilevanza di questo evento, Aniad e
sponsorizzato da Bayer, ha ricevuto i prestigiosi patrocini da parte del Comitato Olimpico
Nazionale Italiano (CONI) e della Federazione Italiana di Atletica leggera (FIDAL).
Solo se c’è spazio

Diabete e Sport
COME AFFRONTARE AL MEGLIO GLI SFORZI QUANDO SI PRATICA
UN’ATTIVITÀ FISICA PIÙ INTENSA DEL SOLITO

Prima di iniziare un’attività fisica ‘eccezionale’ è opportuno abituare il proprio fisico a sostenere uno
sforzo prolungato, ponendosi obiettivi crescenti in maniera progressiva e, comunque, in stretto
accordo con i propri medici. Così, a partire dai primi giorni, sarà possibile comprendere la soglia
oltre la quale comincia ad avvertirsi il cosiddetto “fiatone” rispetto all’intensità dello sforzo e della
sua durata. Va da sé che in questa situazione -dove cioè si richiede di più al nostro fisico- è quanto
mai opportuno conoscere qualcosa circa le sue esigenze e delle sue reazioni. Sembrerà
contradditorio, eppure la persona con diabete parte più avvantaggiata dovendosi prima di tutto
confrontare con gli esperti; in questo modo finisce per saperne di più sull’utilizzo degli alimenti in
termini di carboidrati piuttosto che di grassi o di proteine necessarie per assecondare lo sviluppo dei
muscoli. Tutto ciò conduce una persona con diabete a controllarsi prima dell’attività.
Cosa significa controllo: in questo caso vuol dire misurare la capacità di amministrarsi, di
affrontare cioè con determinazione, e insieme con umiltà, gli obiettivi comprendendo subito quanto è
possibile ‘forzare’ e quando è invece consigliabile fermarsi. Questo è un aspetto fondamentale se si
decide di sostenere uno sforzo fisico prolungato che richiede, altresì un giusto equilibrio psicologico.
E ancora: controllo significa impegnarsi a misurare spesso la glicemia riflettendo sui risultati
ottenuti soprattutto se si è soggetti insulino-trattati al fine di valutare l’introito calorico di un pasto
sapendo che durante o distanza di tempo possono insorgere delle ipoglicemie. Un grande aiuto può
derivare dal microinfusore che consente di gestire meglio, per esempio, una lunga corsa. Insomma,
con una buona educazione e conoscenza dello strumento è possibile dosare l’insulinizzazione in ogni
momento nel corso dell’attività fisica mantenendo in equilibrio il livello glicemico prima e dopo lo
sforzo fisico. Nell’articolo accanto vengono riportate alcune regole cui attenersi o cosa non bisogna
mai dimenticare o sottovalutare quando si pratica una qualsiasi attività fisica e si fa uso di farmaci
per il diabete.
I dieci consigli degli esperti
1. ricorda che il movimento è essenziale per prevenire molte patologie
2. cerca di essere meno sedentario, infatti la sedentarietà predispone all’obesità
3. bambini e ragazzi devono potersi muovere sia a scuola sia nel tempo libero, meglio se
all’aria aperta
4. l’esercizio fisico è fondamentale anche per gli anziani
5. muoversi significa camminare, giocare, ballare andare in bici
6. se possibile, vai al lavoro o a scuola a piedi
7. se puoi evita l’uso dell’ascensore e fai le scale
8. cerca di camminare almeno 30 minuti al giorno, tutti i giorni, a passo svelto
9. sfrutta ogni occasione per essere attivo (lavori domestici, giardinaggio, portare a spasso il
cane, parcheggiare l’auto più lontano)
10. pratica un’attività sportiva almeno 2 volte a settimana (o, in alternativa, usa il fine settimana per
passeggiare, andare in bici, nuotare, ballare).
____________________________________________________________________________________________

Il rapporto attività fisica e stato di salute

È unanime il consenso nel ritenere che praticare un’attività fisica (AF) regolare porta a risultati molto
positivi sulla stato di salute, sia dal punto di vista preventivo che riabilitativo. Ma qual’è la quantità di
attività da svolgere per raggiungere tali risultati? L’interrogativo rimane sempre tale se l’attività fisica
non è prescritta, qualificata e supervisionata in modo da poter interpretare l’intensità e il volume
dell’esercizio nel contesto della relazione dose-risposta. Per comprendere a fondo il rapporto che passa
tra salute e AF occorre definire le modalità con la quale quest’ultima viene svolta; cioè va organizzata
e stabilita l’intensità, la frequenza, la durata della seduta e l’adeguato recupero per il raggiungimento
del benessere psicofisico di ciascuna persona. Purtroppo convincere una persona sedentaria verso l’AF
è uno dei compiti più difficili del Diabetologo in quanto viene è richiesta una modifica del
comportamento e dello stile di vita del paziente. Non solo, ma i risultati più incoraggianti dipendono
anche dalla presenza di medici entusiasti e motivati a impegnarsi in un rapporto più complesso rispetto
all’atteggiamento routinario di tipo solo prescrittivo. La gratificazione del medico deriva, in buona
parte, dalla gratitudine del paziente che ha conquistato una migliore qualità di vita. Dunque la
motivazione, a partire dal primo colloquio, rappresenta un momento cruciale; in particolare, la
comunicazione verbale dovrà portare ad un convincimento del paziente che i benefici attesi dalle
modificazione dei comportamenti siano superiori agli svantaggi (sacrifici) visualizzati. È chiaro che la
scelta dell’attività fisica deve trovare l’adesione del paziente ed è condizionata dall’età e dalle
condizioni fisiche. Per i soggetti di età superiore ai 60 anni o con patologia cardiovascolare
concomitante è opportuno e prudente percorrere a piede un tratto pianeggiante di circa 3-4 chilometri
ogni giorno o in alternativa pedalare su una bici da camera per 40-50 minuti. Tali attività richiedono un
modesto impegno cardiovascolare che non rendono necessario un controllo della frequenza cardiaca,
ma sono sufficienti per migliorare l’assetto lipidico che associato a un corretto regime dietetico,
comporta, a lungo termine, un modesto ma costante calo ponderale.
Per i più giovani senza problemi cardiovascolari è da preferire un piano di attività più impegnativo
scegliendo tra gli sport con caratteristiche esclusivamente aerobiche. A seconda delle preferenze
individuali è possibile scegliere tra podismo, ciclismo, ginnastica aerobica o a corpo libero.
Attività fisica e diabete trattato con insulina
È chiaro che la pratica dell’esercizio fisico svolto con regolarità richiede degli adeguamenti da parte dei
soggetti trattati con insulina. Le linee guida al riguardo suggeriscono quanto segue:
Controllo metabolico prima dell’esercizio:
§ evitare l’esercizio se i livelli glicemici a digiuno sono > 250 mg/dl;
§ usare molta cautela se i livelli della glicemia a digiuno risultano > 300 mg/dl ed è assente la
chetonuria;
§ ingerire dei carboidrati se la glicemia a digiuno risulta < di 100 mg/dl. Monitoraggio glicemico prima e dopo l’esercizio: § Imparare ad identificare il momento in cui diventa necessario modificare il dosaggio insulinica o il consumo di cibo; § imparare ad identificare come varia la risposta glicemica in rapporto al tipo e all’intensità dell’esercizio fisico. Consumo di cibo: § Imparare a conoscere la quantità necessaria di cibo di carboidrati per prevenire l’iperglicenia; abituarsi a tenere con sé alimenti ricchi di carboidrati utilizzabili sia durante che dopo gli esercizi. Attività fisica e diabete di tipo 2: È noto che l’esercizio fisico tende a migliorare la sensibilità insulinica e a ridurre i livelli plasmatici di glucosio verso valori vicino alla norma, svolgendo in tal modo un ruolo terapeutico sia nelle persone con diabete che in soggetti predisposti. Tuttavia, è necessaria un’attenta valutazione da parte di un Team prima di avviare tali soggetti ad una corretta pratica dell’attività fisica. Un’accurata valutazione medica e fisica deve tener conto di tutti quei segni o sintomi di quelle patologie che possono colpire cuore, vasi, occhi, reni e sistema nervoso. Numerose ricerche dimostrano come l’apprendimento in gruppo abbia prodotto risultati più efficaci; il successo è spesso legato ad un clima di armonia, alla condivisione dello stesso scopo associato all’idea di un aiuto reciproco, di collaborazione, di rispetto per l’altro magari in situazione di confrontocompetizione.

LE REGOLE DA RISPETTARE PRIMA DI AVVIARE UNA ATTIVITÀ FISICA

Il presente articolo intende trattare l’argomento Attività Fisica (A.F.) tenendo conto di alcune
regole generali rispetto alle terapie seguite per gestire il diabete. Infatti, avviare dei programmi di
esercizi fisici senza prendere le adeguate precauzioni può, in alcuni casi, comportare dei rischi che
possono essere minimizzati attraverso un screening pre-esercizio seguendo dei programmi
personalizzati e concordati con il proprio Diabetologo. Questo diventa necessario soprattutto se
s’intende iniziare una attività più intensa di una semplice camminata, o se tratta di discipline
sportive per le quali è opportuno procedere ad accertamenti approfonditi come ad esempio un test
da sforzo, per comprendere se si in presenza di una tipiche complicanze del diabete. L’inizio di un
piano di allenamento deve tener conto del tipo di terapia in corso, il tipo di attività e l’orario,
l’intensità, il livello di allenamento, la glicemia di partenza.
Chiaramente le indicazioni sono molto diverse a seconda che sia in corso:
• una terapia orale: nel diabete tipo 2, solamente i farmaci che stimolano la produzione
d’insulina comportano rischio di ipoglicemia quando viene svolta un’attività fisica inusuale.
In questi casi bisogna sapere come comportarsi per evitare l’ipoglicemia (ridurre il farmaco
e/o assumere spuntini di carboidrati);
• oppure una terapia insulinica intensiva: in questi casi, la gestione dell’attività fisica (che
sia una camminata non prevista o uno sport a livello agonistico) richiede la conoscenza e la
messa in pratica di precise regole per variare il dosaggio dell’insulina e gestire gli spuntini.
Come regola generale si consiglia l’assunzione di circa 15-30 gr di zuccheri per 30-60
minuti di attività fisica.
Nel diabete, l’esercizio fisico è parte integrante della terapia. Per questo deve essere gestito
come un farmaco: posologia, modalità di esecuzione, controlli…
L’attività fisica è una componente essenziale del benessere globale di qualsiasi persona, durante
tutta la vita: il suo svolgimento regolare riduce il rischio di malattia cardiovascolare, aiuta nel
controllo del peso, riduce i fenomeni di osteoporosi e la mortalità per cancro. Infine, migliora il
tono dell’umore e ha un effetto positivo sul benessere psicologico.
Quali gli effetti positivi dell’A.F. nel diabete?
È ampiamente dimostrato che l’A.F., attraverso i suoi effetti positivi sulla sensibilità all’insulina,
sul metabolismo del glucosio e sul mantenimento del peso corporeo, previene l’insorgenza del
diabete tipo 2. L’esercizio fisico regolare riveste, inoltre, un ruolo determinante nel miglioramento
del controllo metabolico e nel ridurre la mortalità per cause cardiovascolari nei soggetti con diabete.
Alla luce di tutto ciò, si può senz’altro dire che l’A.F. è parte integrante della cura del diabete ma,
essendo una “terapia”, è importante conoscere:
• quale tipo di attività fisica svolgere,
• come gestire i farmaci,
• quali controlli, prima, durante e nel tempo successivo, devono essere svolti.
Non possiamo, quindi, limitarci ad un semplice “muoversi un po’ di più”; certamente qualsiasi
aumento del movimento nello svolgimento delle attività fisiche quotidiane è positivo ma, per avere
un ruolo terapeutico vero e proprio, l’esercizio fisico deve essere gestito come un farmaco:
posologia, modalità di esecuzione, controlli… Fino ad ora il consiglio alle persone con diabete di