L’adolescenza: criticità nella gestione delle malattie croniche

La fase di transizione, cioè la fascia di età che caratterizza il passaggio dall’adolescenza alla adultità (18-25 anni), rappresenta da sempre un periodo particolarmente delicato sotto molti aspetti, non ultimo quello legato alla gestione di una malattia cronica quale il diabete. Spesso il passaggio del ragazzo dal mondo della pediatria, cui ha fatto riferimento sino a quel momento, alla rete assistenziale dedicata agli adulti può diventare un momento di abbandono delle cure.

Complice il fisiologico sentimento di ribellione e contestazione di tutto e tutti, caratteristico dell’età, la malattia si esplicita in tutti i suoi aspetti e implicazioni, non solo personali ma anche e soprattutto sociali.
La tappa milanese del Forum “Insieme per il diabete” ha rivolto la sua attenzione proprio a questa tematica, di fondamentale importanza in un’ottica di lungo raggio che ha come obiettivo adulti compensati.
Come sempre accade, sono i numeri a tracciare il quadro reale della situazione, confermando l’alto tasso di abbandono della cura in fase di transizione e il successivo ritorno alla rete assistenziale dei pazienti, ormai scompensati e con sviluppo di comorbilità.
Gestire la cronicità, quindi, significa monitorare e gestire efficacemente tutti qui momenti di vita del paziente che possono portarlo ad allontanarsi dalle cure. Forte è l’impegno delle istituzioni in questo senso perché venga valorizzato il concetto di centralità della persona, l’importanza del ruolo del Medico di base e il concetto di team di specialisti che si integrano fra loro.
Durante il Forum, oltre ad una panoramica sulle linee guida utilizzate nei diversi territori italiani, è stata presentata una case history virtuosa. Presso gli Spedali Civili di Brescia, si sta sperimentando un nuovo flusso di passaggio pediatria/rete adulti che vede l’integrazione e la copresenza dei referenti di entrambe le realtà. Il ragazzo, quindi, viene accompagnato dal medico di fiducia nella conoscenza e nella costruzione della relazione con il nuovo referente.
Il supporto non si limita all’ambito strettamente medico: la nutrizionista ad esempio, esce dallo studio per affiancare il paziente nel mondo, ad esempio ad un apericena, aiutandolo a gestire le situazioni di socialità che potrebbero diventare elementi di allontanamento della cura, se non ben gestiti. I numeri, questa volta, sono confortanti: il tasso di abbandono è praticamente nullo!
A conclusione possiamo dire che, ancora una volta, viene confermata l’importanza della conoscenza: conoscere e saper gestire aumenta l’aderenza alla cura.
Per raggiungere questo obiettivo lo sforzo si sviluppa su due versanti: da un lato il medico che deve essere in grado di ascoltare e rilevare i bisogni pratici del paziente, dall’altro il paziente che deve responsabilizzarsi e sapersi raccontare al proprio medico.

Nadia Lattuada

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